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Carlo Messina, ceo Intesa Sanpaolo: “Un Pnrr delle banche e la vendita degli immobili pubblici per abbattere il debito”

Il ceo di Intesa Sanpaolo propone un piano per rilanciare la crescita e alleggerire i conti dello Stato. Su Generali: “Con noi il Leone non sarà più scalabile, non interferiremo nella gestione”

Un nuovo Pnrr finanziato dalle banche per spingere gli investimenti e un piano di dismissione degli immobili pubblici per ridurre il debito. È la doppia ricetta che Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, ha messo sul tavolo intervenendo al Forum Moneta, nel confronto con il direttore del Giornale Tommaso Cerno, come riferisce il settimanale Moneta nel resoconto firmato da Marcello Astorri. Due proposte che affrontano da direzioni diverse lo stesso nodo: come dare più slancio all’Italia attraverso gli investimenti e, al tempo stesso, alleggerire una parte dei circa 3.200 miliardi di euro di debito pubblico. Sia finanziando lo sviluppo, sia accompagnando un’operazione sul patrimonio dello Stato.

La crescita da sola non basta

Il punto di partenza del ragionamento, riportato da Moneta, è che la crescita, da sola, non è sufficiente. Con un Pil che avanza dello 0,5%, secondo il banchiere servirebbero cinquant’anni per ridurre in misura significativa il rapporto tra debito e prodotto interno lordo. Un orizzonte troppo lontano per affidarsi soltanto a questa leva per riequilibrare i conti.

Da qui l’idea di Messina: “È indispensabile ragionare su modalità per cui le banche possano essere utilizzate maggiormente per incrementare la crescita: dovremmo immaginare dei Pnrr italiani fatti con la collaborazione degli istituti. Potremmo contribuire con l’erogazione del credito attraverso progetti finalizzati ai motori di crescita del Paese come l’innovazione, l’intelligenza artificiale”. Nessuna contrapposizione, dunque, ma banche e Stato dalla stessa parte.

Il tesoro del mattone pubblico

La seconda leva è la riduzione del debito attraverso la valorizzazione del patrimonio immobiliare. “Noi abbiamo nel bilancio pubblico centinaia di miliardi di euro di immobili”, ha spiegato Messina, sottolineando che in un sistema in cui la spesa per interessi si aggira intorno ai 100 miliardi l’anno, più di quanto si spende per l’istruzione, il Paese “può permettersi di avere 500, 600 miliardi di euro di immobili detenuti dallo Stato e dalle regioni?”.

L’ipotesi, come ricostruisce Moneta, è mobilitare una parte di questi beni attraverso uno strumento dedicato, da collocare presso le famiglie italiane. “Se anche fossero 50, 100 miliardi in un lasso di tempo di 5-10 anni sarebbe un modo per dimostrare che l’intenzione è ridurre il debito pubblico e farlo valere anche a livello europeo”. Si tratterebbe di veicoli capaci di generare rendimenti equivalenti a quelli dei titoli di Stato, con una protezione per i risparmiatori. In questo schema, una banca come Intesa Sanpaolo, che nel proprio perimetro ha società specializzate nella costruzione di fondi d’investimento come Eurizon e la più grande rete di consulenti finanziari del Paese con Fideuram Ispb, potrebbe essere un partner tecnico di primo piano. “Sono progetti difficili da mettere in piedi, me ne rendo conto. Però se non si parte mai, questo moloch del debito pubblico non verrà mai scomposto. Io credo che si possa fare”.

Banche e Stato, interessi comuni

La proposta, secondo Messina, serve anche a superare la logica della contrapposizione tra Stato e banche. Il sistema bancario detiene circa 400 miliardi di Btp: “Il più grande creditore dello Stato oggi è l’insieme del sistema bancario e del sistema assicurativo. Oggi questi due soggetti hanno più titoli di Stato rispetto alla Bce, rispetto alla Banca d’Italia”. Intesa, da parte sua, conta 500 miliardi di impieghi ed è quindi molto esposta all’andamento complessivo dell’economia italiana. “Abbiamo tutti lo stesso interesse”, è la sintesi del banchiere. “Se lo spread mi va a 300, la banca sopporta delle perdite e si rischia di innescare una crisi di fiducia anche nei confronti delle banche”.

Il nodo del contributo in manovra

Nella fase di preparazione della legge di bilancio, che prevede un contributo da 5 miliardi a carico di banche e assicurazioni, si è discusso a lungo della nuova richiesta del governo, dopo l’accordo triennale dell’anno precedente che aveva richiesto anche l’assenso dei grandi azionisti. Su questo Messina chiede equilibrio: “Ci deve essere il giusto equilibrio e un’equità di trattamento perché noi abbiamo dei soci e la gran parte delle banche sono con azionisti internazionali, circa il 70%. Quindi non è che gli istituti possono decidere di fare delle cose che vanno a detrimento degli azionisti in una fase come questa”.

Generali, una coabitazione tra grandi

Dal ruolo del credito nell’economia il discorso si sposta sul risiko bancario, con approdo a Generali. Messina, osserva Moneta, sembra proporre una coabitazione pacifica tra i grandi soci. L’obiettivo dell’operazione è “stabilizzare il risparmio nel nostro Paese e mettere in sicurezza l’indipendenza di Generali, che non sarà più scalabile una volta che noi avremo più del 13%”. Intesa, assicura il manager, condividerà “questo elemento di stabilità con Unicredit, con Delfin, con Caltagirone, con Benetton” senza “interferire sulla gestione”.

Un’operazione di sistema, dunque: “Lo facciamo per l’Italia”, ma “anche per Intesa”, perché “è chiaro che se qualcuno acquisisse Generali in Italia potrebbe diventare un leader nel wealth management”. Una proposta che parla il linguaggio degli interessi e punta a un equilibrio in cui ciascun socio possa trovare la propria convenienza.

La stoccata sulla responsabilità dei manager

C’è poi un passaggio dell’intervento che, secondo la lettura del settimanale, va oltre le considerazioni generali sulla responsabilità degli amministratori delegati. Messina non fa nomi, ma le sue parole possono suonare anche come una stoccata a Luigi Lovaglio, il numero uno di Mps che aveva cercato di contrastare la scalata di Intesa attraverso una doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali, costruendo un piano alternativo poi naufragato contro la volontà dell’assemblea di Rocca Salimbeni.

Il riferimento del banchiere è al dovere di chi guida un’azienda di anteporre gli interessi degli azionisti a quelli personali: “Per quanto mi riguarda, il mio interesse è fare il bene dei miei azionisti perché io faccio l’amministratore delegato”. E ancora: “Questo dovrebbero ricordarselo tutti, che quando operano e ricoprono il mio stesso ruolo dovrebbero agire negli interessi dei loro azionisti, non nel proprio interesse cercando di salvare la propria poltrona”.

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