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Intelligenza artificiale: “L’università deve formare il giudizio critico, non la dipendenza dagli algoritmi” | L’intervento di Francesco Billari e Vittorio Colao

Ricerca e didattica migliorano con l’AI, ma servono metodo nell’adozione, spirito critico e dialogo negli atenei. Sul Corriere della Sera l’intervento a due firme sulla sfida che attende il mondo accademico

Oggi basta chiedere a un’applicazione di intelligenza artificiale di riassumere le evidenze di ricerca su un tema, spiegare passo per passo una teoria, analizzare dati o migliorare un progetto. In pochi minuti si ottiene ciò che prima richiedeva giorni. È da qui che partono Francesco Billari e Vittorio Colao nel loro intervento pubblicato sul Corriere della Sera, intitolato “Un’AI al servizio della società”. La domanda di fondo è netta: cosa significa essere una persona preparata e indipendente quando la tecnologia produce risposte sempre più convincenti e veloci?

Il rischio, avvertono gli autori sul Corriere della Sera, è che questa velocità si trasformi in dipendenza dai modelli, se non si è più capaci di distinguere una risposta buona da una soltanto plausibile, una risposta innovativa dal sapere consolidato e standardizzato. Ed è proprio da questa domanda, e non dalla semplice disponibilità di nuovi strumenti, che secondo Billari e Colao devono ripartire l’università e la ricerca.

La doppia responsabilità delle scienze sociali

Nel ragionamento proposto sul Corriere della Sera, le scienze sociali hanno un ruolo centrale per capire quello che sta succedendo, rispondere alle grandi sfide globali e sfruttare appieno il potenziale economico e sociale del Paese. La loro responsabilità è duplice: usare l’AI per studiare meglio comportamenti e bisogni, ma anche studiare l’AI stessa. Quali effetti avrà sulla democrazia e sulle istituzioni, sul lavoro e sui mercati, sull’accesso al credito e alle assicurazioni? L’intelligenza artificiale, osservano gli autori, da un lato amplia le possibilità individuali, dall’altro redistribuisce opportunità e potere. Capire chi ne beneficia e chi ne resta escluso è il primo passo per orientarla nell’interesse di tutta la società.

Nella ricerca le possibilità sono enormi. Testi e immagini che richiedevano anni di classificazione possono essere analizzati in tempi brevi; ipotesi difficili da esplorare diventano verificabili con maggiore facilità. Billari e Colao citano sul Corriere della Sera uno studio pubblicato su Nature che ha confrontato le previsioni dell’AI su 70 esperimenti condotti su oltre 119 mila persone: i modelli hanno anticipato correttamente la direzione delle risposte, ma non le intenzioni reali delle persone. Una lezione preziosa, secondo gli autori: l’AI può accelerare la ricerca, ma stabilire che cosa accadrà davvero e perché richiede la capacità di formulare domande innovative e una verifica rigorosa e critica delle risposte.

La scelta della Bocconi e il laboratorio AISS

L’Università Bocconi, si legge nell’intervento ospitato dal Corriere della Sera, ha fatto dell’AI applicata alle scienze sociali una delle proprie priorità strategiche, nella convinzione che gli atenei debbano contribuire a guidare la trasformazione sociale. Per rafforzare il ruolo dei ricercatori è nato il laboratorio AISS, dedicato all’intelligenza artificiale nelle scienze sociali: accademici di ambiti diversi lavoreranno insieme, usando l’AI per ricerche innovative, rafforzando la visione multidisciplinare e mantenendo il controllo critico delle domande di ricerca, dei processi e dei risultati.

Come cambia l’insegnamento

Anche l’apprendimento e l’insegnamento stanno cambiando profondamente. Se i saperi sono immediatamente disponibili, scrivono Billari e Colao sul Corriere della Sera, il tempo trascorso insieme da docenti e studenti può essere dedicato al confronto: distinguere l’autorevolezza delle fonti, esplorare direzioni oltre il sapere consolidato, discutere un caso, esaminare un errore, difendere una tesi dalle obiezioni. Il docente assume così la responsabilità di guidare gli studenti nell’esercizio del giudizio critico: quali domande porre, quali prove cercare, quando cambiare idea e quando difendere una posizione. Alla trasmissione delle conoscenze si affianca sempre più il compito di insegnare a interpretarle, metterle in discussione e innovare.

L’esperimento su mille studenti

Le basi disciplinari e analitiche restano però indispensabili: senza fondamenta solide non si riconoscono le opportunità di uscire dal consueto. Lo dimostra, riferiscono gli autori sul Corriere della Sera, un esperimento condotto alla Bocconi su oltre mille studenti. Il gruppo che aveva accesso a ChatGPT ha elaborato molte più proposte per un progetto di marketing rispetto a chi non poteva usare l’AI. Gli studenti formati al pensiero critico sui nessi causali hanno prodotto meno proposte dei colleghi con AI, ma in media più innovative. E chi ha potuto contare sia sull’intelligenza artificiale sia sul pensiero critico ha fatto meglio di tutti.

La conclusione è chiara: ottenere una buona risposta dall’AI e sviluppare un pensiero originale non sono la stessa cosa, ma l’AI offre un potenziale maggiore quando c’è una base critica. Ne discende anche un cambiamento nella valutazione: occorrerà considerare come gli studenti motivano le scelte, verificano le fonti, discutono criticamente le alternative ed esplorano idee nuove, insegnando loro a dibattere nel rispetto di chi porta prove e punti di vista differenti.

Oltre le aule: impresa e mobilità sociale

C’è poi una possibilità che riguarda la vita fuori dalle aule. Una giovane imprenditrice, è l’esempio proposto sul Corriere della Sera, può esplorare un mercato e costruire un prototipo con risorse prima impensabili. Ridurre il costo della sperimentazione significa consentire a più persone di prendere iniziative imprenditoriali, favorendo inclusione e mobilità sociale. Ma il modello di AI non ascolta, non si assume responsabilità né porta avanti una visione: saranno le persone capaci di usarlo bene a innovare con meno risorse e più rapidamente. Per questo, sottolineano gli autori, capacità sociali, empatia, collaborazione e comprensione dei contesti devono crescere insieme all’AI, non atrofizzarsi.

Indipendenza e pluralità di pensiero

Agli atenei Billari e Colao chiedono anche un’attenzione specifica: imparare a riconoscere quando una piattaforma orienta il pensiero attraverso risposte convincenti, selezione delle informazioni o personalizzazione opaca. Non dipendere da un solo modello, proprietario o meno, e formare docenti e personale a valutare criticamente l’offerta di intelligenza artificiale sarà essenziale, si legge sul Corriere della Sera, per preservare l’indipendenza delle università e la pluralità di pensiero di docenti e studenti.

In un mondo nuovo, ammettono gli autori, non esiste un modello “provato”. Servono il coraggio di sperimentare e un dialogo aperto tra docenti, ricercatori, studenti e vertici degli atenei, per osservare ciò che funziona, riconoscere gli errori e correggere la rotta. Essere all’avanguardia nell’AI applicata alle scienze sociali significa produrre conoscenza di frontiera, cambiare il modo di insegnare e rendere sempre più accessibile la possibilità di realizzare un’idea. Perché, è la conclusione dell’intervento sul Corriere della Sera, il futuro dell’università non sarà determinato dalla quantità di tecnologia che saprà introdurre, ma dalla qualità delle persone che saprà formare a usarla.

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