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Paolo Savona, economista: “La lezione del ’29 vale per l’intelligenza artificiale. Senza regole comuni rischiamo una crisi più grave di quelle del Novecento”

Il presidente della Fondazione Aval, in un intervento su MF-Milano Finanza, mette in fila le analogie tra la Grande crisi e l’attuale bolla legata a criptovalute e AI: opacità degli algoritmi, sproporzione tra finanza e economia reale, assenza di certificazioni esterne. E propone un metodo per rendere trasparente l’uso dell’intelligenza artificiale.

Fra tre anni cadrà il centenario della Grande crisi, quella che prese avvio il 24 ottobre 1929, il “giovedì nero” di Wall Street. Ed è proprio guardando a quel precedente che Paolo Savona, presidente della Fondazione Aval, lancia un allarme sui rischi dell’attuale stagione finanziaria dominata dall’intelligenza artificiale. Lo fa in un intervento pubblicato da MF-Milano Finanza, nel quale sostiene che i parallelismi tra le due epoche “sono tanti, ma poco considerati”.

Il precedente del 1929

Savona ricorda che quel giorno si registrò un primo crollo dell’indice Dow Jones e che, nel giro di cinque giorni, la perdita raggiunse il 45% del livello massimo, pari a sei volte quello del 1922, anno di inizio dell’esaltazione finanziaria americana. La caduta si arrestò solo nel 1932, lasciando in eredità un indice ridotto della metà rispetto al 1922.

Il boom di allora, osserva l’economista su MF, era stato sospinto dallo sviluppo dell’industria automobilistica e dei settori collegati, cui si era aggiunto un boom delle costruzioni, assecondati dalle gestioni azzardate di banche e finanza. Sull’importanza di queste due cause gli economisti restano divisi, ma secondo Savona ben pochi si sono soffermati su un aspetto decisivo: c’erano stati preavvertimenti provenienti da sei crisi minori iniziate nel XIX secolo, quasi tutte dovute a bilanci societari poco chiari o deliberatamente falsati.

Fu il signor Moody, ricorda l’autore, ad avere l’idea di elaborare bilanci che rispecchiassero le reali condizioni delle imprese, creando la prima società di revisione. Ma il riconoscimento legale dell’obbligo di certificazione esterna dei bilanci arrivò soltanto dopo la Grande crisi.

Un ottobre turbolento per l’AI

Il richiamo storico non è casuale. Negli Stati Uniti, scrive Savona su MF, il mese di ottobre è stato particolarmente turbolento per il comparto dell’intelligenza artificiale, con investitori sempre più concentrati sulle spese necessarie per sviluppare le infrastrutture del settore. Venerdì 30 ottobre il Nasdaq Composite, fortemente esposto al settore tecnologico, ha perso il 2,9%, chiudendo a 25.437 punti e registrando la peggiore performance giornaliera da giugno. L’indice si trova inoltre a circa l’8% al di sotto del suo recente massimo.

Criptovalute, AI e rischio bolla

Secondo il presidente della Fondazione Aval, i parallelismi con la condizione che il mondo attraversa a causa della diffusione di monete fiduciarie private, le criptovalute, e delle tecniche di intelligenza artificiale sono numerosi. Oggi si parla di bolla speculativa, concentrata su alcuni aspetti specifici del mercato, ma per Savona i pericoli di una grave crisi non sono affatto minori.

Le ragioni, spiega su MF, sono due. La prima è la sproporzione tra lo stock di moneta e di finanza, tradizionale e virtuale, rispetto al Pil reale mondiale, che è cresciuta. La seconda è l’opacità delle tecniche di AI più avanzate, che impedisce la trasparenza indispensabile affinché gli operatori scelgano soluzioni razionali.

Gli annunci plurimiliardari delle Ipo delle Big Tech americane, secondo l’economista, confermano la possibilità che il mercato abbia perso cognizione delle basi fattuali del valore delle azioni che finiranno nei portafogli delle famiglie, spostando su di esse il rischio delle imprese high tech, sostenute da un impegno degli intermediari bancari e finanziari simile a quello mostrato nella crisi del 1929.

Savona richiama inoltre la pericolosità dei codici di AI più avanzati per la sicurezza dello Stato e delle imprese, a causa di agenti-robot che si muovono autonomamente al di là delle istruzioni ricevute. Un terreno sul quale non si intende stabilire regole comuni, perché le grandi potenze cercano di conquistare una superiorità geopolitica, soprattutto per i contenuti militari.

Non è un caso, osserva, che il presidente Donald Trump e i manager delle principali Big Tech americane abbiano raggiunto di recente un White House Accord on Super Intelligence, il nuovo nome attribuito alla “Powerful AI”. Un accordo che, all’articolo 3, fa riemergere il problema affrontato a suo tempo da Moody di certificare i bilanci, declinandolo nella forma di una certificazione esterna dell’uso degli algoritmi di intelligenza artificiale.

Il G7 e la certificazione dell’AI

Il G7, ricorda Savona, ha sollevato il problema di quale ruolo svolgeranno i sei Stati non statunitensi partecipanti al consenso, ma non si sa chi intervenga e come la materia possa evolversi congiuntamente. Sono invece note alcune singole decisioni: la proibizione del Regno Unito di utilizzare il Codice Mythos di Anthropic, la big tech fondata da Dario Amodei, e l’obbligo imposto dall’Olanda di dichiarare quali codici vengono utilizzati, anche se proibendone alcuni.

In Italia, riferisce l’autore su MF, un piccolo gruppo di ricercatori sollecitati dalla Fondazione Aval per la diffusione della cultura degli algoritmi ha messo a punto un metodo di certificazione dell’uso dell’AI, che fornisce tre risposte principali: la validazione della natura e della conoscibilità degli algoritmi usati; il rispetto della legislazione vigente, compreso l’uso dei dati altrui o deliberatamente alterati; la loro rispondenza agli obiettivi perseguiti, per evitare che si faccia ricorso “a cannoni per cacciare uccellini”, spendendo più del necessario.

Soprattutto, sottolinea Savona, la certificazione esterna consente ai board di banche e imprese, o ai responsabili degli enti pubblici economici, di assumere consapevolmente la responsabilità delle scelte in materia di AI compiute dagli uffici competenti. Scelte di cui spesso conoscono ben poco, ma che comportano conseguenze giuridiche sui conti economici e sulle persone coinvolte, come già accade negli Stati Uniti. La rilevanza di queste responsabilità alla luce della legislazione vigente è stata esaminata nel corso di una conferenza tenutasi a Firenze lo scorso aprile, i cui atti sono disponibili sul sito della Fondazione Cesifin Alberto Predieri, nel numero 9 dei Colloquia.

Le sfide geopolitiche ed economiche

Per Savona, il patrimonio di strumenti e conoscenze che ha finora guidato Stati Uniti, Unione Europea e il resto del mondo occidentale, ma anche potenze demografiche come India e Cina, non consente di prevenire la crisi sociale ed economica mondiale che sta maturando.

Una crisi che, secondo l’economista, non può essere evitata trincerandosi dietro l’esistenza di un monopolio dell’AI di frontiera, privata e pubblica come negli Stati Uniti o solo pubblica come in Cina, oppure dietro una sequenza di autorizzazioni e sanzioni come in Europa. Serve invece uno schema comune di accettabilità degli strumenti mobiliari, di gestioni trasparenti con contabilità elettronica, nonché di garanzie di conservazione e scambio.

Su MF, Savona avanza anche un sospetto: che per abbattere la sproporzione tra economia reale e moneta-finanza, oggi concentrata per comodità sui debiti pubblici e quindi sugli Stati emittenti, si voglia una crisi più grave di quelle vissute nei secoli XX e XXI, perché questo ne sarebbe lo sbocco.

Cui prodest, cui solvet

Anche se, come già avvenne con la Grande crisi, i più abili sapranno cavarsela, ignorando ciò che accadde dopo, ovvero due guerre mondiali e l’emergere di ideologie antidemocratiche, per Savona tutti dovrebbero chiedersi “cui prodest” e “cui solvet”: a chi giova e chi paga.

È giunto il momento, conclude il presidente della Fondazione Aval nel suo intervento su MF-Milano Finanza, di chiedere a chi comprende la lezione della storia e reagisce alle superficialità della cronaca di mettere a disposizione le proprie capacità diagnostiche e propositive al servizio della collettività. “Se non accadesse”, avverte, “non si dica che non avevamo capito”, come risposero gli economisti inglesi alla Regina Elisabetta quando chiese perché nessuno avesse previsto la crisi dei derivati del 2008.

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