Un fondo da 850 milioni l’anno per tre anni per favorire l’uscita anticipata dal lavoro, finanziato bloccando la rivalutazione degli assegni. Per agevolare poche migliaia di lavoratori si penalizzerebbero milioni di pensionati.
Un fondo senza istruzioni per l’uso
Accantonare risorse per 850 milioni di euro l’anno, per tre anni, senza aver ancora deciso come spenderle. È una norma probabilmente senza precedenti quella che Antonio Mastrapasqua, in un’analisi pubblicata su Il Riformista, individua nel testo della Legge di Bilancio 2027 varato da Palazzo Chigi. Un esercizio che, scrive l’ex presidente dell’Inps, somiglia più al gioco delle tre carte (“carta vince, carta perde”) che a un indirizzo di bilancio dello Stato per il prossimo anno. E a rendere la questione ancora più delicata è la materia su cui si interviene: la previdenza.
Secondo quanto riportato da Il Riformista, il testo della manovra prevede la costituzione di un Fondo le cui risorse sono destinate “al finanziamento di interventi, da adottare con successivo provvedimento legislativo, diretti a disciplinare misure di supporto in uscita dal mercato del lavoro, anche con riferimento a specifici soggetti in difficoltà e con eventuali misure in materia di ammortizzatori sociali”. In sostanza, se ne parlerà l’anno prossimo.
Una cambiale in bianco
Mastrapasqua parla di una vera e propria “cambiale”, la cui riscossione non si sa ancora a che cosa sarà collegata. Il governo firma un “pagherò”, ma non dice per che cosa, né per chi. Le domande restano aperte: si tratterà di un fondo per l’accesso alla pensione anticipata destinato a poche centinaia di lavoratori o a molte migliaia? A quali condizioni e con quali criteri?
Eppure, osserva l’autore, andare in pensione dovrebbe essere un percorso segnato dalla certezza. Si tratta di una costruzione fondamentale dell’ultimo terzo della vita, dopo le stagioni della formazione e del lavoro, che richiederebbe preparazione, programmazione e previsione.
Chi paga il conto
Una sola cosa appare certa, secondo l’analisi de Il Riformista: il “pagherò” del governo, e dunque dello Stato, è garantito dai soldi che verranno “sottratti” ai pensionati, attraverso il blocco della rivalutazione delle pensioni in essere. Non si tratta tanto di uno scontro tra pensionandi e giovani, perché in prospettiva sono proprio le risorse future a essere ipotecate, quanto di un conflitto aperto tra chi sta per lasciare il lavoro e chi una pensione la percepisce già.
Per soddisfare la richiesta di uscita anticipata di qualche migliaio di cittadini, si finisce per penalizzarne molti milioni. Non tutti i 16 milioni di pensionati saranno colpiti, ma una buona parte si troverà con assegni più leggeri, per consentire a qualche sessantenne, probabilmente over 64 secondo i “desiderata” della Lega, che però non sono stati messi nero su bianco, di andare in pensione con 36 anni di contributi.
Una “guerra tra poveri” non dichiarata
Mastrapasqua definisce quanto sta accadendo una guerra tra poveri, ma soprattutto una guerra non dichiarata, fino a parlare provocatoriamente di “terrorismo previdenziale”, perché il conflitto viene dichiarato unilateralmente. Il comando, scrive su Il Riformista, agirà dai primi giorni del 2027, annunciando il profumo, o l’odore, della campagna elettorale, orientando gli interventi sulle platee più coerenti con l’aspettativa di voto, che resta materia assai più incerta dell’aspettativa di vita.
Il precedente di Quota 100
L’autore richiama il precedente di Quota 100, che consentiva l’uscita con 62 anni di età e 38 di contributi. La misura raccolse adesioni in meno della metà degli aventi diritto. Il costo sostenuto, circa 23 miliardi, fu inferiore del 30% rispetto alle risorse stimate al momento del varo della norma. E se si dovesse misurare l’effetto elettorale per Lega e Movimento 5 Stelle, che nel 2019 si intestarono il provvedimento poi non rinnovato dal governo Draghi, il bilancio, secondo Mastrapasqua, sarebbe assai modesto.
La nuova “quota 100” che non si nomina
Nella bozza della Legge di Bilancio 2027 di Quota 100 non si parla. Ma dietro la formula sibillina che ipotizza “misure di supporto in uscita dal mercato del lavoro, anche con riferimento a specifici soggetti in difficoltà” dovrebbero esserci, secondo l’analisi, i lavoratori classificabili nella nuova quota 100: 64 anni di età anagrafica e 36 di età contributiva. Il condizionale è d’obbligo: lo si saprà soltanto nel 2027, alla vigilia delle elezioni politiche. E questa, sottolinea l’autore, non è una buona cosa.
Perequazione bloccata per metà dei pensionati
Ancora meno rassicurante è il meccanismo di finanziamento. Per mettere insieme le risorse del Fondo per i prepensionati, come riporta Il Riformista, si bloccherà la perequazione per circa la metà dei 16 milioni di pensionati: quelli che percepiscono un assegno di oltre quattro volte il minimo, cioè circa 2.450 euro lordi al mese.
Incertezze su incertezze
Il quadro che emerge è quello di un sistema sospeso. I pensionati non sapranno fino al 31 dicembre di quanto verranno frenate le loro pensioni. I pensionandi non sapranno chi di loro avrà i requisiti per scivolare fuori dal mercato del lavoro. La conclusione di Mastrapasqua è netta: giocare con le pensioni non è degno dello Stato e del suo welfare, sempre più fragile.
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