La crescita dei data center mette l’Italia di fronte a una scelta che non riguarda soltanto la tecnologia. Gli impianti che sostengono cloud, servizi digitali e intelligenza artificiale promettono investimenti e occupazione, ma richiedono energia, spazi e sistemi di raffreddamento. Il nodo è come accompagnarne l’espansione senza sottovalutarne gli effetti sui territori, separando i benefici potenziali dai risultati acquisiti e le richieste di potenza dai consumi reali.
È il quadro che emerge dall’approfondimento di Arcangelo Rociola su La Stampa, nello speciale Energie: una trasformazione industriale che rende visibile la dimensione materiale del digitale e alimenta un confronto sempre più acceso con le comunità locali.
Il peso economico della partita è rilevante. Secondo le stime dell’associazione dei costruttori e operatori IDA riportate dal quotidiano, gli investimenti infrastrutturali potenziali valgono 36,9 miliardi di euro tra il 2026 e il 2036. L’occupazione diretta nella capacità commerciale già operativa è stimata in circa 1.200 addetti equivalenti a tempo pieno; con la piena attivazione dei progetti, quella ricorrente potrebbe raggiungere 26 mila unità entro il 2036, includendo la filiera e l’indotto.
Anche il valore aggiunto annuo potrebbe crescere, passando dai 560 milioni stimati per il 2026 a 3,9 miliardi nel 2036. La proiezione assume però un utilizzo medio della capacità operativa dell’85%: non descrive quindi un esito garantito, ma uno scenario legato alla realizzazione degli impianti e al loro effettivo impiego.
Una crescita concentrata soprattutto a Milano
I numeri raccolti da La Stampa mostrano un settore in rapida espansione, ma anche la necessità di distinguere i diversi perimetri statistici. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, la potenza informatica installata è salita da 307 megawatt nel 2021 a 609 nel 2025, quasi raddoppiando in quattro anni. Si tratta della potenza nominale destinata agli apparati informatici, non del consumo effettivo di elettricità, e il dato esclude raffreddamento e impianti ausiliari.
Il rapporto AI for Energy del Politecnico conta 262 data center in Italia, mentre l’Osservatorio dello stesso ateneo segnala altri 83 progetti annunciati per il periodo 2026-2028. Un annuncio, tuttavia, non equivale a un cantiere aperto. IDA, limitando l’analisi agli impianti commerciali, ne censisce 110 operativi alla fine del 2025, per una capacità di 460 megawatt IT.
Sempre secondo l’associazione, la capacità commerciale potrebbe arrivare a 2-2,3 gigawatt entro il 2031, oltre quattro volte il livello di partenza. Più dell’80% della capacità commerciale operativa censita da IDA si concentra nel polo milanese. Roma emerge come secondo polo, mentre lo sviluppo di altri mercati dipenderà dalla disponibilità di energia, connettività e spazi adeguati.
Energia e acqua, i numeri da interpretare
La dimensione degli investimenti non esaurisce il confronto. Come riferisce La Stampa, una trentina di comitati si è riunita nella Rete nazionale dei Comitati Stop data center, segnalando quanto il tema sia ormai entrato nel dibattito territoriale.
Per valutare l’impatto energetico occorre anzitutto non confondere le richieste di connessione con gli assorbimenti già esistenti. I circa 100 gigawatt di potenza richiesti a Terna, richiamati nell’approfondimento, non corrispondono a consumi in atto. È una distinzione essenziale per evitare che la dimensione dei progetti venga presentata come un carico già presente sulla rete.
Sull’acqua, IDA stima per il settore 2,8 miliardi di litri annui, pari allo 0,007% dei prelievi nazionali. Per il suolo indica circa 400 mila metri quadrati occupati, equivalenti a 40 ettari. Sono valutazioni dell’associazione di categoria, da leggere insieme ai limiti delle informazioni ambientali disponibili.
Su 34 progetti esaminati da IDA nella documentazione del ministero dell’Ambiente, 28 contengono informazioni sull’acqua, ma i valori annuali individuati non sono direttamente confrontabili. Conta inoltre la tecnologia impiegata: il ricircolo in un circuito chiuso è diverso dalla perdita per evaporazione. Undici operatori su diciotto intervistati dichiarano di privilegiare il raffreddamento a secco o soluzioni dal fabbisogno idrico nullo o minimo; queste indicazioni non rappresentano però una misurazione dei consumi dell’intero comparto.
L’efficienza da sola non basta
Il punto conclusivo dell’analisi riguarda il rapporto tra miglioramento tecnologico ed espansione della domanda. Come sottolinea La Stampa richiamando la stessa ricerca IDA, un impianto più grande può impiegare meno risorse per una determinata quantità di calcoli e, nello stesso tempo, consumarne complessivamente di più.
La sfida, dunque, non si risolve contrapponendo investimenti e ambiente. Richiede di verificare quanti progetti diventeranno operativi, quali risorse utilizzeranno e quali ricadute produrranno nei luoghi che li ospitano. È su questo equilibrio che si misurerà la capacità italiana di trasformare la crescita del digitale in sviluppo sostenibile.
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