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La fine del Maga | L’analisi del Washington Post

Il quotidiano della capitale legge il voto in due tempi: le firme d’opinione attribuiscono la sconfitta al «governo personale e disfunzionale» di Trump, il comitato editoriale avverte che lo stallo non è inevitabile.

Il Washington Post affronta la sconfitta repubblicana con un doppio registro. Da un lato le colonne d’opinione, che individuano un unico responsabile. Dall’altro il comitato editoriale, che guarda già ai due anni di governo divisoche attendono l’America.

«Un solo autore»

Il commento più netto è quello di Charles Lane, intitolato «Il tracollo del Gop alle elezioni di metà mandato ha un solo autore». Per Lane, Trump ha «trasformato da solo un’elezione vincibile in una potenziale disfatta democratica».

Il cuore dell’analisi è il metodo di governo: un «governo personale disfunzionale», in cui ogni decisione passa dal presidente e nessuno nel partito osa contraddirlo. È questo, secondo Lane, il meccanismo che ha trasformato errori evitabili in sconfitte strutturali.

La fine del Maga?

Ancora più severa è Megan McArdle, firma di orientamento liberale-libertario. Il voto, scrive, potrebbe segnare «la fine del Maga come forza politica», con «la peggiore batosta da decenni».

McArdle cita un caso simbolo: la corsa di Vivek Ramaswamy in Ohio, definita «un vicolo cieco desolante». È la dimostrazione che il marchio trumpiano, senza Trump sulla scheda, non trascina più gli elettori.

La guerra con l’Iran e il caso Hegseth

Theodore R. Johnson sposta l’attenzione sulla politica estera. Al centro del voto, scrive, c’è la guerra con l’Iran iniziata a febbraio, e soprattutto la sua mancanza di trasparenza.

Johnson richiama due precedenti. Dopo il voto del 2006 George W. Bushlicenziò Donald Rumsfeld. Dopo quello del 2018 Trump licenziò il ministro della Giustizia Jeff Sessions. La conclusione è implicita ma chiara: il ministro della Difesa Pete Hegseth farebbe bene a prepararsi.

Il racconto dei numeri

Le pagine di cronaca politica del Post descrivono una «svolta drammatica verso i democratici». In Georgia i democratici conquistano il governatorato per la prima volta dal 1998, in Ohio per la prima volta dal 2010.

Un’altra analisi del giornale spiega la strategia vincente: i democratici hanno trasformato le elezioni di metà mandato in un referendum su Trump, e gli elettori hanno risposto. Il Post parla di «teoria della catastrofe»: quando il governo produce caos, rincari e una guerra impopolare, gli elettori puniscono chi è al comando.

Già nelle settimane precedenti Kate Andrews aveva descritto il presidente come un «agente del caos» capace di seminare problemi nel suo stesso campo.

La lezione del comitato editoriale

Il comitato editoriale sceglie un tono diverso. Nell’editoriale «Come Trump e i democratici possono gestire un governo diviso» il giornale non si limita a registrare la sconfitta, ma indica una strada.

La frase chiave è: «La paralisi è una scelta». Il governo diviso, ricorda il Post, ha prodotto in passato riforme importanti, dal bilancio alla previdenza. Può accadere di nuovo se la Casa Bianca accetterà il ruolo di controllo del Congresso e se i democratici resisteranno alla tentazione di usare la maggioranza solo per indagini e vendette.

Due Americhe possibili

Il messaggio complessivo è duplice. Il voto è una condanna personale del presidente, ma apre anche una fase in cui il sistema dei pesi e contrappesitorna a funzionare.

Per il Washington Post la vera domanda non è più chi ha perso, ma che cosa faranno vincitori e vinti di questi due anni: un tempo di compromessi o una lunga guerra di trincea fino al 2028

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