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Un presidente con meno potere politico, ma ancora con molti strumenti esecutivi | L’analisi di The Atlantic

Le grandi riviste americane leggono il voto come una sconfessione di portata storica. The Atlantic parla di «inizio della fine», Reason di elettori «stufi dei repubblicani». Ma nessuno vede un mandato in bianco ai democratici.

Se i quotidiani raccontano la notte elettorale, le riviste provano a leggerne il significato storico. E il verdetto di The Atlantic e Reason, da sponde politiche diverse, converge: il voto segna una svolta nella parabola di Trump.

Una sconfessione storica

Jonathan Chait su The Atlantic usa un’espressione destinata a restare: «una sconfessione di portata storica».

Chait sottolinea un dettaglio politico decisivo. A perdere sono stati soprattutto i candidati scelti personalmente da Trump per la loro fedeltà. Non una sconfitta generica del partito, quindi, ma del metodo con cui il presidente lo ha rimodellato.

«L’anatra zoppa»

L’analisi più ampia è di Jonathan Lemire, intitolata «Comincia l’era dell’anatra zoppa di Trump». La frase chiave è asciutta: «Donald J. Trump è ora ufficialmente, completamente, un’anatra zoppa».

Lemire descrive il rapporto tra il presidente e gli elettori con una formula efficace: «Lo hanno ascoltato, e poi lo hanno respinto». Per l’autore siamo davanti a «l’inizio della fine».

Le promesse mancate

The Atlantic elenca le promesse tradite che hanno pesato sul voto.

La prima riguarda i prezzi, che Trump aveva promesso di abbassare e che invece sono saliti, anche per l’effetto della guerra sul carburante. La seconda è la promessa di nessuna nuova guerra, smentita dall’intervento contro l’Iran. La terza è la pubblicazione dei documenti sul caso Epstein. La quarta è la promessa di deportare solo «il peggio del peggio», mentre le operazioni dell’Ice hanno colpito famiglie e lavoratori.

Cosa cambia a Washington

Lemire guarda anche al potere concreto. Con il Congresso in mano ai democratici arriveranno mandati di comparizione, inchieste parlamentari e un controllo serrato sulle nomine, comprese quelle eventuali alla Corte Suprema.

Alla Camera il probabile nuovo speaker sarà Hakeem Jeffries, che diventerà il principale contrappeso istituzionale alla Casa Bianca.

La voce libertaria

Da un’altra prospettiva arriva Katherine Mangu-Ward, direttrice di Reason, rivista libertaria. Il suo giudizio è secco: gli americani sono «stufi da morire dei repubblicani».

Per il mondo libertario il voto punisce un partito che ha tradito i suoi principi: più spesa, più dazi, più potere al governo e una guerra costosa. Non è un’adesione entusiasta ai democratici, ma un rigetto dell’attuale destra di governo.

Non un assegno in bianco

È questo il punto in cui le due riviste si incontrano. La vittoria democratica è netta, ma nasce soprattutto dal voto contro.

Chait e Lemire avvertono che i democratici dovranno dimostrare di saper governare il Congresso, e non solo di saper sfruttare gli errori del presidente. Mangu-Ward ricorda che lo stesso elettorato che oggi punisce i repubblicani potrà punire domani chiunque deluda.

Due anni da anatra zoppa

Il messaggio finale delle riviste è che l’America entra in una fase nuova. Un presidente con meno potere politico, ma ancora con molti strumenti esecutivi. Un partito repubblicano senza erede. Un’opposizione che diventa maggioranza.

È, come scrive The Atlantic, l’inizio di una lunga uscita di scena. Ma sarà un’uscita tutt’altro che silenziosa.

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