La prospettiva di una tassa all’uscita dall’Italia agita i grandi patrimoni arrivati dall’estero, ma la portata effettiva della misura resta da chiarire. Secondo il Times, che dedica al tema un articolo del corrispondente da Roma Tom Kington, diversi milionari attratti dal regime fiscale italiano hanno contattato commercialisti e avvocati dopo l’inserimento di una proposta di exit tax nella bozza della manovra del governo Meloni.
Il punto centrale è il possibile rapporto tra il nuovo prelievo e il regime agevolato per i nuovi residenti. Il quotidiano britannico riferisce di oltre quattromila facoltosi emigrati in Italia, molti dei quali richiamati dalla possibilità di versare un’imposta forfettaria di 300mila euro all’anno sui redditi esteri. Una formula che ha attirato anche persone provenienti dal Regno Unito dopo l’abolizione dello status fiscale dei non-dom.
Una proposta ancora da approvare
Nella ricostruzione del Times, la bozza prevede un prelievo del 26 per cento sui guadagni per chi lascia l’Italia con attività pari o superiori a 800mila euro. La misura riguarderebbe persone fiscalmente residenti nel Paese per almeno sei dei dieci anni precedenti la partenza. Il giornale precisa che il provvedimento non è ancora stato approvato: il perimetro applicativo, dunque, è uno degli elementi decisivi per comprendere quali contribuenti potrebbero essere coinvolti.
Antonio Tomassini, partner dell’ufficio milanese dello studio DLA Piper, descrive al quotidiano un clima di forte incertezza tra i clienti che hanno scelto la flat tax. Il timore è che un trasferimento pianificato sulla base di condizioni fiscali favorevoli possa tradursi, al momento di lasciare il Paese, in un conto inatteso.
Perché alcuni esperti invitano alla cautela
Non tutti i professionisti condividono però l’allarme. Marco Cerrato, partner dello studio Maisto e Associati, sostiene al Times che la grande maggioranza dei beneficiari del regime forfettario non dovrebbe essere interessata dalla misura.
Secondo la sua interpretazione, l’exit tax sarebbe destinata ai contribuenti ordinari, categoria nella quale non rientrerebbero i soggetti che aderiscono alla flat tax. Cerrato aggiunge che, per questi ultimi, il prelievo all’uscita dovrebbe eventualmente riguardare soltanto le attività finanziarie italiane, mentre quelle estere ricadono nel regime forfettario. È una lettura rassicurante per i clienti, ma resta in attesa di chiarimenti governativi, come lo stesso professionista sottolinea al giornale.
Gettito limitato, incertezza elevata
Il confronto investe anche l’utilità economica della proposta. Tomassini stima, nelle dichiarazioni riportate dal Times, un gettito di circa sette milioni di euro l’anno e solleva dubbi sulla compatibilità con le regole europee. Si tratta delle valutazioni del legale citato, non di conclusioni definitive sull’esito del provvedimento.
Per Francesco Galietti, analista di Policy Sonar interpellato dal quotidiano, l’allarme riflette soprattutto una comunicazione poco efficace da parte del governo. L’incertezza coinvolge non soltanto i nuovi residenti, ma anche la rete di avvocati, agenti immobiliari e consulenti che li accompagna nel trasferimento.
Milano al centro della partita
La questione assume particolare rilievo per Milano. Secondo il Times, circa metà dei facoltosi trasferiti in Italia ha scelto il capoluogo lombardo, alimentando acquisti di ville e abitazioni di lusso. Un afflusso che, nella ricostruzione del giornale, ha contribuito a cambiare la vita della città, mentre i residenti lamentano la pressione degli affitti.
Il nodo, quindi, non riguarda soltanto l’aliquota ipotizzata. Riguarda soprattutto la prevedibilità delle regole per chi decide di trasferire residenza e patrimonio. Finché non sarà chiarito il rapporto tra exit tax e regime dei nuovi residenti, la distanza tra i timori dei contribuenti e le interpretazioni più rassicuranti dei professionisti resterà al centro del dibattito descritto dal Times.
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