L’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria, sul Sole 24 Ore, mette in fila i numeri del Rapporto ASviS 2026: l’Italia resta lontana dagli obiettivi europei e le resistenze, spesso ideologiche, rischiano di trasformarsi in uno svantaggio competitivo strutturale
Il divario tra gli obiettivi della transizione ecologica e la capacità concreta di realizzarli non è più soltanto una questione ambientale. È un nodo che riguarda la competitività delle imprese, la sicurezza energetica e le prospettive di crescita del Paese. È la tesi che Giovanni Tria, già ministro dell’Economia, sviluppa sul Sole 24 Ore nella sua rubrica “Bussola & Timone”, prendendo le mosse dal Rapporto ASviS 2026, pubblicato con il titolo “Agenda per la prossima legislatura. E non solo”.
I numeri del ritardo
I dati richiamati da Tria sono eloquenti. Nel 2025 le fonti rinnovabili coprivano in Italia il 20,5% dei consumi finali di energia, contro il 26,2% della media dell’Unione europea. Entrambi i valori restano lontani dall’obiettivo del 42,5% fissato per il 2030. Il ritardo italiano, osserva l’economista, si inserisce dunque in un ritardo europeo più generale.
Il Rapporto ASviS invita a superare quello che definisce il “falso dilemma tra competitività e sostenibilità”. La transizione energetica, scrive Tria sul quotidiano di Confindustria, non è soltanto un costo da sostenere per proteggere l’ambiente, ma un investimento nella capacità produttiva e nella competitività futura dell’economia.
Un Paese esposto agli shock
Per l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, la questione assume un rilievo particolare. La vulnerabilità alle oscillazioni dei prezzi internazionali dell’energia rappresenta, secondo l’analisi pubblicata dal Sole 24 Ore, uno svantaggio competitivo strutturale. Ridurre questa dipendenza significa diminuire l’esposizione agli shock esterni, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e creare condizioni più favorevoli agli investimenti industriali.
Perché allora gli investimenti procedono così lentamente? Le cause individuate sono note: le difficoltà autorizzative, l’insufficienza delle reti, i ritardi negli accumuli e l’incertezza regolatoria. Il Rapporto ASviS giudica inoltre insufficiente il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) e chiede un’accelerazione degli investimenti e una maggiore coerenza delle politiche pubbliche.
Le resistenze alla transizione
Dietro questi ritardi, sottolinea Tria, c’è però anche una crescente opposizione, talvolta quasi ideologica, alla transizione verde. Il dibattito tende a concentrarsi sui costi immediati per alcuni settori produttivi, trascurando i benefici economici e sociali per l’intero sistema. Anche una parte del mondo industriale appare più interessata a sottolineare gli oneri della trasformazione che a coglierne le opportunità.
Il meccanismo è chiaro: i costi sono concentrati e immediatamente visibili, mentre i benefici sono diffusi e spesso di lungo periodo. Un’asimmetria che, secondo l’ex ministro, contribuisce a spiegare le resistenze, ma non le giustifica.
Tria segnala anche una contraddizione interna alle stesse opposizioni di matrice ambientalista. La tutela di specifici interessi paesaggistici o ambientali viene talvolta invocata per bloccare impianti rinnovabili, reti e infrastrutture indispensabili alla decarbonizzazione. Le valutazioni ambientali restano necessarie, avverte, ma devono considerare anche il costo dell’inazione: impedire un investimento può significare prolungare l’uso dei combustibili fossili e le emissioni che ne derivano.
Il rischio protezionismo
A queste resistenze si aggiunge il pericolo di un crescente protezionismo sulle tecnologie necessarie alla transizione. L’Europa, sostiene l’editoriale del Sole 24 Ore, deve rafforzare la propria capacità industriale, ma non può subordinare la diffusione delle rinnovabili alla produzione interna di ogni componente. Barriere che rendano più costosi pannelli fotovoltaici, batterie e altre tecnologie rischiano di rallentare gli investimenti.
Il punto centrale dell’analisi sta nella distinzione tra due forme di dipendenza dall’estero. Quella dai combustibili fossili è permanente: petrolio e gas devono essere importati di continuo per produrre energia, esponendo famiglie e imprese alle oscillazioni dei prezzi e alle tensioni geopolitiche. La dipendenza dalle tecnologie rinnovabili è invece legata soprattutto alla fase iniziale dell’investimento: una volta installati, gli impianti producono energia per decenni senza richiedere importazioni continue di combustibile.
Non solo. La dipendenza tecnologica, spiega Tria, può essere progressivamente ridotta attraverso ricerca, innovazione, diversificazione delle forniture e sviluppo di capacità produttive europee. Non è necessario possedere fin dall’inizio tutte le tecnologie per trarre beneficio dal loro utilizzo; anzi, la loro diffusione può stimolare nuove competenze e attività industriali. Una politica industriale efficace deve quindi favorire la capacità europea di innovare e produrre, senza ostacolare l’accesso alle migliori tecnologie disponibili. La tutela da pratiche commerciali scorrette è legittima, mentre il protezionismo generalizzato rischia di imporre costi aggiuntivi all’intera economia.
La strada indicata
Il merito del Rapporto ASviS, conclude l’ex ministro sulle colonne del Sole 24 Ore, è ricordare che i ritardi della transizione non sono inevitabili. Dipendono dalle scelte di politica economica, ma anche da quelle delle imprese e dalla capacità della società di riconoscere i benefici collettivi della trasformazione.
La ricetta indicata è articolata: investimenti pubblici e privati, procedure più rapide, regole stabili e una politica industriale aperta alla concorrenza e alla cooperazione internazionale. La transizione energetica, è il ragionamento, non può attendere che ogni tecnologia sia prodotta in Europa. Accelerarla utilizzando le migliori tecnologie disponibili e, al tempo stesso, investire per svilupparne di nuove è la via per conciliare sostenibilità, competitività e autonomia strategica. Perché il costo maggiore, per l’Italia e per l’Europa, rischia di essere proprio quello dell’inazione.
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