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Non chiamatela guerra ibrida, è contagio sociale | L’analisi

Il docente della Sapienza Quattrociocchi: contagio sociale, echo chamber e algoritmi bastano a spiegare la piazza. “Tentare di influenzare e riuscirci sono due cose diverse”

Dietro le violenze dei giovanissimi che hanno messo a ferro e fuoco il centro di Milano c’è davvero una guerra ibrida combattuta a colpi di TikTok e YouTube? La domanda, rilanciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, è stata al centro dello Sky Cube di Sky TG24, dove Tonia Cartolano ne ha discusso con Walter Quattrociocchi, professore ordinario di Informatica all’Università La Sapienza di Roma e direttore del Center of Data Science and Complexity for Society. La sua risposta è netta: allo stato attuale, parlare di guerra ibrida non è giustificato.

La tesi del ministro

Il punto di partenza è la lettura offerta da Crosetto dopo i due giorni di disordini seguiti al corteo contro il carovita, convocato via social, che si sono chiusi con oltre 270 fermati, in gran parte minorenni. Per il ministro quei fatti sarebbero “il punto di arrivo” di una guerra ibrida che potenze straniere starebbero conducendo attraverso strumenti non convenzionali, cioè le piattaforme digitali, capaci di conoscere e orientare le menti dei ragazzi meglio delle famiglie e della scuola. Una lettura che non ha convinto neppure tutto il governo e che, finora, non è accompagnata da prove rese pubbliche.

Servono prove, non contenuti virali

È proprio qui che si innesta l’obiezione di Quattrociocchi. Per poter parlare di guerra ibrida, spiega il professore, non basta osservare che una mobilitazione è nata e cresciuta sui social: occorrono evidenze di un coordinamento intenzionale, riconducibile ad attori esterni identificabili. In altre parole servono due elementi precisi, il coordinamento e l’attribuzione. La semplice viralità di video, appelli e messaggi non dimostra nulla, perché sulle piattaforme i contenuti si diffondono anche senza alcuna regia.

Il contagio sociale

Secondo lo studioso, quanto accaduto a Milano può essere spiegato con meccanismi ben noti a chi studia da anni le dinamiche online. Le proteste, anche quando degenerano, si propagano per contagio sociale lungo linee identitarie: ci si riconosce in un gruppo, in un linguaggio, in una rabbia condivisa, e si scende in piazza. A rafforzare il fenomeno c’è il cosiddetto confirmation bias, la tendenza a cercare solo conferme alle proprie convinzioni e a frequentare chi la pensa allo stesso modo. Nascono così le echo chamber, spazi chiusi in cui certe narrazioni si alimentano a vicenda fino a sembrare l’unica realtà possibile.

L’algoritmo non ha bisogno di un nemico

C’è poi il ruolo delle piattaforme. Gli algoritmi di raccomandazione, osserva Quattrociocchi, sono costruiti su modelli di business che premiano l’attenzione e per questo tendono ad amplificare i contenuti più divisivi, a prescindere dalle intenzioni di chi li ha prodotti. Il risultato può somigliare a una campagna orchestrata, ma è l’effetto ordinario del funzionamento dei social. Scambiare questo meccanismo per un’operazione militare significa confondere la causa con il contesto.

Tentare non è riuscire

Il professore non nega che esistano tentativi di manipolazione attraverso i social da parte di Stati stranieri. Ma distingue con chiarezza: provare a condurre un’operazione di influenza e riuscire davvero a orientare i comportamenti di migliaia di persone sono due cose molto diverse. Individuare qualche account sospetto o qualche segnale di amplificazione artificiale non equivale a dimostrare che sia stato quello a portare i ragazzi in piazza Duomo.

Il rischio del nemico esterno

Da qui l’invito a cambiare prospettiva. Prima di cercare nemici fuori dai confini, sostiene Quattrociocchi, bisognerebbe capire come funzionano normalmente le piattaforme. Per distinguere un’operazione coordinata da un fenomeno spontaneo servono accesso ai dati, ricerca indipendente e trasparenza sugli algoritmi, strumenti che oggi mancano. E la risposta, avverte, non può tradursi in una stretta sulla libertà di espressione o sul diritto di manifestare.

La vera domanda, nella lettura del docente della Sapienza, non riguarda dunque Mosca o Pechino, ma il modo in cui identità collettive, bias cognitivi e interessi economici delle piattaforme riescono a trasformare tensioni già presenti nella società, come il disagio giovanile e il carovita, in mobilitazione e polarizzazione. Anche senza alcun intervento straniero. Una tesi che il professore ha ribadito anche in un’intervista ad Affaritaliani: per ora, a Milano, la regia esterna resta un’ipotesi, non un fatto.

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