Sulla Stampa, Lucio Caracciolo osserva che la vera posta in gioco nello scontro interno al triangolo Russia-Germania-Stati Uniti, accentuato dalla crisi bielorussa e dal caso Navalny, giace presso i fondali del Mar Baltico, in prossimità di Greifswald. Questa città anseatica nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è capolinea del gasdotto Nord Stream 2 in partenza da Vyborg. Parallelo al tubo originario, già attivo nel trasporto diretto di gas dal produttore russo al consumatore tedesco. Mancano pochi chilometri all’aggancio, che raddoppierebbe la capacità della condotta, da 55 a 110 miliardi di metri cubi annui. Una marea stante l’attuale congiuntura economica, sotto shock da Covid-19. Un passo decisivo in avanti per fare della Germania il super-hub gasiero europeo, appena superata l’emergenza. Ma quei pochi chilometri mancano da troppo tempo. Segno che la parola definitiva non è detta.
Fino a ieri l’ultimo miglio pareva questione di mesi. Oggi nessuno può giurare sul fatto che la testa di quel serpente lungo 1.230 chilometri sarà mai agganciata alla costa tedesca. Dopo che diversi paesi europei, e soprattutto gli Stati Uniti d’America – che già avevano minacciato sanzioni alla Germania – hanno ammonito Mosca e Berlino a seppellire il tubo sottomarino, i due partner sono alle strette. Il Cremlino non vuol sentir parlare di rinuncia. Il danno sarebbe enorme. Ma la partita decisiva si gioca in Germania. Angela Merkel è sotto stress.
La cancelliera non difende più a spada tratta un progetto dipinto come puramente economico/energetico. Come d’abitudine, prende tempo. Aspettando che la tempesta si plachi. Magari suggerendo qualche modifica al percorso del gasdotto o accettando una moratoria. Ma in gioco è la reputazione della Germania come paese affidabile per gli investitori.
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