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[Lo scenario] Arriva la reazione a catena sulle materie prime

Gas, petrolio e oro. Tre materie prime al centro dell’attenzione degli investitori: le prime due molto volatili, mentre il metallo prezioso, più stabile, è considerato tradizionalmente un asset di protezione del portafoglio, data la sua natura di bene rifugio.

L’andamento del prezzo del gas è influenzato dall’incognita russa e dalla variabile climatica, con le temperature in Europa decisamente superiori alla media stagionale.

Dopo essere stato protagonista di un vero e proprio crollo lo scorso dicembre, scrive MF-Milano Finanza, venerdì 6 gennaio al Ttf di Amsterdam il future sul gas tratta intorno a 70 euro a megawattora, interrompendo il trend rialzista dei giorni precedenti, alimentato dai timori legati alle forniture dalla Russia.

Per fare un confronto, al Ttf lo stesso megawattora era quotato a inizio 2022 circa 85,5 euro. Un rapido calcolo segna anche la distanza dal livello che farebbe scattare il tetto al prezzo del gas stabilito dai Paesi Ue, pari ai 180 euro decisi a Bruxelles.

Anche il petrolio, dopo il price cap sul greggio russo concordato a dicembre da Unione europea, G7 e Australia, è stato protagonista di una rapida discesa, lasciando sul terreno da inizio 2023 quasi il 9%, con il Brent attualmente intorno a 79 dollari al barile e il Wti a 75 dollari.

Il driver principale in questo caso è rappresentato, oltre che dalle incertezze dello scenario geopolitico, dalle aspettative sullo stato di salute dell’economia cinese, visto che gli sforzi della Cina di abbandonare rapidamente la campagna zero-Covid hanno portato a un’impennata dei casi, minacciando di interrompere l’attività nei primi mesi dell’anno.

La maggior parte degli economisti è d’accordo sul fatto che questa mossa dovrebbe portare a una crescita più elevata e sostenibile nel corso dei prossimi trimestri, ma le prospettive nel breve restano incerte.

Il pil cinese, secondo gli economisti in un sondaggio di Bloomberg, dovrebbe crescere del 4,8% nel 2023 dal 3% dello scorso anno. Su questa base, gli analisti di Ubs prevedono che nel 2023 il Brent raggiunga 110 dollari al barile e il greggio Wti 107 dollari.

Nel caso invece dell’oro, che è stato protagonista nei giorni scorsi di un rialzo che l’ha portato a toccare i massimi da inizio giugno, per poi attestarsi intorno a 1864 dollari, un ruolo determinante sarà giocato dall’andamento dei tassi Usa e quindi dal dollaro.

Proprio guardando ai prossimi mesi quali dei due asset registrerà la migliore performance? In uno scenario di moderata recessione globale nei prossimi mesi e di una successiva ripresa economica, secondo Alexander Toth, fund manager di Raiffeisen capital management, “l’oro ha il potenziale per beneficiare delle sue proprietà di bene rifugio e sovraperformare il petrolio nel breve termine”.

A suo parere, un fattore positivo per il metallo giallo è la debolezza del biglietto verde. Spiega infatti che il “dollaro è costoso rispetto alle altre valute dei Paesi sviluppati e dovrebbe indebolirsi nel lungo periodo.

La recente debolezza della valuta Usa è stata molto probabilmente l’inizio di un trend pluriennale, che è favorevole al prezzo dell’oro”.

L’altro fattore importante che influenza il lingotto è il livello dei rendimenti reali, attualmente intorno all’1,3% per le obbligazioni statunitensi legate all’inflazione con scadenza a 10 anni.

“Questo elemento fornisce un segnale misto: da un lato il livello è relativamente alto e quindi costituisce un fattore negativo per il prezzo dell’oro, dall’altro penso che i rendimenti reali tenderanno a scendere nei prossimi trimestri”.

In sintesi, nel 2023 il prezzo dell’oro sarà compreso tra 1.650 e 2.100 dollari all’oncia. Joe Foster, portfolio manager gold strategy di VanEck, ritiene invece che il lingotto continuerà a trattare nella fascia tra i 1.700 e i 1.800 dollari l’oncia nel breve termine.

Le altre variabili. L’andamento del prezzo del metallo prezioso è influenzato anche da fattori esterni rilevanti per le sue performance, come le riserve auree, la domanda di gioielli e la volatilità del mercato.

Il valore dell’oro in dollari dipenderà però principalmente dall’atteggiamento della Fed. A questo proposito, Ned Naylor Leyland, head of gold and silver di Jupiter asset management mette in evidenza che “quest’anno le banche centrali dovranno essere per forza più accomodanti, perché attualmente c’è un ritardo tra incremento dei tassi ed effetti sull’economia, dal mercato immobiliare a quello del credito.

Quando tali effetti saranno visibili, le banche centrali dovranno correggere il tiro e questo farà bene all’oro”.

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