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[L’analisi] Il percorso ad ostacoli del Recovery di Draghi. Ecco perché le prossime 8 settimane sono decisive per far tornare l’Italia a crescere

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi avanza a grandi passi verso l’ultima tappa del suo Recovery Plan: il voto di Camera e Senato. Oggi pomeriggio alle 16 presenterà il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a Montecitorio con replica prevista domani mattina per dare ampio spazio al dibattito. 

Sempre martedì toccherà al Senato. Il via libera non è in discussione, vista la larghissima maggioranza su cui puo’ contare Draghi. Ma il discorso del premier è ugualmente atteso.

E il capo dell’esecutivo, spiegano fonti di governo, farà innanzitutto appello alla “filosofia di fondo” che innerva le 337 pagine del Pnrr: la sfida è fare in modo che una volta sconfitta la pandemia l’Italia torni a crescere.    

E’ una sfida, invero, sulla quale anche a Bruxelles, fino al Cdm di sabato notte, nutrivano qualche dubbio.

Il Pnrr e’, come spiega Palazzo Chigi, un “piano epocale” e, si sa, spesso l’Italia – complice un’endemica instabilita’ dei suoi governi –  non e’ riuscita a mantenere le promesse.

Anche per questo Draghi, garante numero uno della buona riuscita del piano di fronte alla commissione Ue e a Ursula von Der Leyen, dovra’ procedere a tappe forzate per le prime attuazioni delle macro-riforme previste nel Recovery italiano.

L’ex governatore della Bce non ha tutto il tempo che vuole: nella primavera del 2023, al massimo, il suo mandato a Palazzo Chigi terminera’. E a Bruxelles il dato non e’ passato certo inosservato. C’e’, inoltre, la questione della prima tranche di fondi Ue – oltre venti miliardi – che l’Italia punta ad ottenere a luglio. Roma, rispetto ad altre capitali europee, non e’ particolarmente indietro. Ma Draghi, tassativamente, ha intenzione di inviare a Bruxelles il Pnrr il 30 aprile, sebbene la data non sia obbligatoria.

L’Italia deve essere e sara’ all’altezza del Recovery, rispettando i parametri europei, e’ uno dei punti che potrebbero essere rimarcati nel discorso del premier in Aula.     

Il Consiglio dei ministri per il si’ definitivo al Pnrr, secondo fonti di governo, potrebbe cadere giovedi’.

E, nella stessa riunione non e’ escluso che Draghi affronti l’altro dossier caldissimi di fine aprile: il decreto imprese chiamato a dare i nuovi sostegni alle attivita’ chiuse dalle restrizioni anti-Covid.

Decreto che, nella maggioranza, potrebbe innescare ulteriori tensioni dopo lo strappo della Lega nel Cdm sull’ultimo provvedimento anti-Covid. Su aperture e gestione della pandemia la maggioranza fibrilla, le sortite di Matteo Salvini chiamano il Pd quasi ad un aut-aut rispetto alla Lega e il pressing di Giorgia Meloni non si attenua.

Non a caso, oltre all’Odg presentato da Fdi contro il coprifuoco – che sara’ votato martedi’ –  il 28 aprile il Senato sara’ chiamato a discutere la mozione di sfiducia presentata da Meloni contro il ministro Roberto Speranza.

Del resto, anche sul Recovery l’opposizione di Fdi e’ netta. Nel mirino, i tempi strettissimi in cui le Camere dovranno leggere e votare il Pnrr. “Al capo dello Stato sta bene cosi’? Fratelli d’Italia non sara’ complice di questo scempio”, sbotta Meloni.

Critiche, le sue, condivise anche da Stefano Fassina di Leu. “E’ un Pnrr di verso da quello votato a marzo, le Camere sono rimaste al buio”. 

In mattinata, prima delle comunicazioni di Draghi previste alle 16, tocchera’ invece alla maggioranza forgiare la mozione con cui dire si’ al Piano. Possibile che ci sia anche una riunione ad hoc.

Sara’ un lavoro certosino, in cui ogni partito rivendichera’ i “propri” pilastri nel Recovery. Ma e’ nei primi decreti attuativi, a partire da quello sulla governance, che la strategia di Draghi dovra’ vedersela con una maggioranza spuria  come quella che lo sostiene.

Certo è che il Recovery nelle intenzioni del premier è un piano che in 5 anni cambiera’ l’Italia e aumentera’ del 3,6% la crescita, con una riduzione sensibile dello storico divario tra Nord e Sud del Paese e un impatto di 16 punti di Pil al 2026 che per il Mezzogiorno sara’ piu’ forte, fino a “24 punti percentuali”. 

Superate le tensioni nella maggioranza e le divergenze con Bruxelles, il governo chiude il Piano nazionale di ripresa e resilienza e si prepara a un vero e proprio sprint per le riforme, a partire dalle regole piu’ semplici per assicurare la ‘messa a terra’ dei 191,5 miliardi di fondi europei.    

Una delle principali preoccupazioni di Bruxelles era legata proprio alla atavica difficolta’ italiana di sfruttare appieno i fondi, traducendoli in progetti e cantieri: ma le regole del Recovery parlano chiaro, e legano all’effettivo raggiungimento degli obiettivi lo stanziamento delle risorse ogni sei mesi. 

Ecco allora che, rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi, il piano trasmesso alle Camere indica un timing serrato per le riforme, a partire dalle semplificazioni. Il primo dei decreti leggi per attuare il Recovery sara’ infatti presentato, e’ messo nero su bianco, “entro la prima settimana di maggio”.

Per la meta’ di luglio – quando dovrebbe arrivare la prima tranche da 24 miliardi di anticipo – sara’ quindi pronto il nuovo set di regole per ridurre burocrazia e vincoli e tagliare i tempi per l’approvazione dei progetti.

Si andra’ dalla proroga di una serie di norme gia’ in vigore dall’estate scorsa, all’istituzione di una commissione ad hoc, statale, per la valutazione di impatto ambientale per le opere del Pnrr, fino all’eliminazione degli ostacoli burocratici che hanno frenato finora l’utilizzo del Superbonus.    

Sulla detrazione al 110% i partiti hanno spuntato un impegno “formale” del ministro dell’Economia, Daniele Franco, a valutare la proroga al 2023 con la manovra e, spiega il ministro 5 Stelle Stefano Patuanelli, nel prossimo provvedimento che accompagnera’ l’approvazione definitiva del piano sara’ inserita “una norma che consente di arrivare al 2023”.

Per il momento a parita’ di risorse, 18,5 miliardi tra Recovery e fondo extra che rendono il Superbonus “la misura piu’ imponente di tutto il Pnrr”, in attesa di una valutazione piu’ compiuta sul tiraggio della misura a settembre. E se serviranno altri fondi, saranno stanziati con la legge di Bilancio.    

Ma gli obiettivi del Recovery Plan sono “ambiziosi” in tutti gli ambiti, dalla banda ultralarga che dovra’ raggiungere 8 milioni e mezzo di famiglie, altre 9mila scuole e 12mila ospedali, al riciclo della plastica che a fine piano dovra’ arrivare al 65% o lo spreco dell’acqua che andra’ ridotto almeno del 15%. Risultati che per essere ottenuti avranno bisogno di interventi sulla regolazione che in parte, come nel caso delle Tlc, arriveranno con la legge sulla concorrenza, che tornera’ annuale a partire da quella che sara’ presentata alla meta’ di luglio.    

Tutti i ministeri dovranno correre: la pubblica amministrazione vedra’ cambiare le regole per reclutamento e concorsi, le carriere, la formazione, la digitalizzazione, e avra’ a disposizione “1,67 miliardi tra fondi Pnrr e fondi strutturali” per “mettere al centro la competenza”, come sottolinea il ministro Renato Brunetta.

Mentre la giustizia sara’ impegnata a rivedere l’intero sistema per tagliare i tempi dei processi, a partire dai processi civili, per eliminare uno dei freni piu’ potenti all’attivita’ economica. L’obiettivo, in questo caso, e’ adottare le deleghe entro settembre 2021 e chiudere con tutti i decreti attuativi entro settembre 2022.   

Altra riforma “chiave” e “parte integrante della ripresa”  sara’ anche quella del fisco, che pure figura tra quelle “di  accompagnamento al piano” (perche’ non utilizza direttamente le  risorse europee): il governo si impegna a presentare la delega  entro la fine di luglio e a insediare una commissione di esperti  per procedere rapidamente anche con i decreti attuativi,  partendo dal lavoro che sta portando avanti il Parlamento con  una apposita indagine conoscitiva che entro giugno dovrebbe  produrre un documento finale con linee guida il piu’ possibile  condivise tra le forze politiche della larga maggioranza. 

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