Scontri nelle strade, sindacati mobilitati e una sinistra radicale che soffia sul fuoco.
Ma dietro le proteste si nasconde una crisi più profonda: quella delle finanze pubbliche di un Paese che non può più permettersi il proprio Stato sociale.
È la tesi di un duro editoriale del Wall Street Journal, secondo cui la Francia si avvicina alla crisi più grave degli ultimi decenni e i disordini potrebbero essere solo l’inizio.
La protesta e la regia politica
Ufficialmente le violenze degli ultimi giorni nascono come mobilitazione studentesca contro i tagli alle scuole.
Ma, osserva il quotidiano newyorkese, le proteste sarebbero state alimentate da esponenti politici della sinistra.
I compagni sindacali di Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise, avrebbero spinto manifestazioni rapidamente degenerate in scontri, con lo stesso Mélenchon – descritto come una sorta di Bernie Sanders dall’accento gallico – presente sulle barricate.
Una prova di forza in vista delle presidenziali del prossimo anno, alle quali il leader della sinistra radicale sarà candidato.
La scuola non ha più soldi perché la Francia non ha più soldi
Secondo il Wall Street Journal, la violenza nasconde il vero nodo: la Francia non ha più denaro da spendere per le scuole perché non ha più denaro da spendere per nulla.
Il Paese è stato colpito in modo particolare dal recente rialzo globale dei rendimenti obbligazionari.
Il tasso sul titolo di Stato decennale ha superato il 5% per la prima volta dal 2002, mentre lo spread tra OAT francesi e Bund tedeschi ha oltrepassato i 140 punti base, il livello più alto dalla crisi dell’eurozona del 2010-2012.
Un Paese in negazione
La politica parigina, scrive il giornale, vive in uno stato di negazione.
L’ultimo avanzo di bilancio risale al 1974, un deficit annuo superiore al 5% del Pil è considerato normale e il debito ha raggiunto il 120% del prodotto interno lordo.
Le entrate non bastano a coprire la voglia di spesa nonostante – o forse proprio a causa di – una pressione fiscale che assorbe il 51% del Pil.
Il gettito delle imposte su redditi personali, società e consumi è fermo, mentre prelievi straordinari come la tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche hanno reso meno del previsto.
Tasse e regole soffocano la crescita
Il mix di tassazione elevata e iper-regolamentazione cronica, secondo il Wall Street Journal, sta soffocando l’economia.
Il Pil è cresciuto dello 0,8% lo scorso anno, dovrebbe ripetere lo stesso risultato quest’anno e, nella migliore delle ipotesi, arrivare all’1,1% nel 2027.
Ciò spiegherebbe perché i rendimenti francesi restano comunque inferiori a quelli dei Treasury americani: negli Stati Uniti gli investitori scommettono sulla crescita, oltre che sulle disfunzioni fiscali di Washington.
La fine dell’ombrello della Bce
Parigi ha preso queste abitudini di spesa quando la Banca centrale europea acquistava massicciamente titoli di Stato con il quantitative easing: in alcuni anni gli acquisti di debito francese da parte della Bce hanno superato le nuove emissioni.
Oggi non è più così.
Con la stretta quantitativa in corso, a dover assorbire i titoli francesi sono gli investitori privati, molti dei quali – soprattutto assicurazioni e fondi pensione – sono meno disponibili.
Una violenta partita delle sedie musicali
Se la Francia non può crescere, non può uscire dal buco fiscale con nuove tasse e non può indebitarsi ulteriormente, l’unica strada resta il taglio della spesa.
Questo, secondo il quotidiano, sta trasformando la politica francese in una violenta partita delle sedie musicali, in cui nessuno vuole essere l’ultimo gruppo di interesse rimasto senza posto.
Le rivolte di questi giorni sono solo l’ultimo episodio, dopo gli scioperi nazionali contro l’innalzamento dell’età pensionabile e la protesta dei gilet gialli del 2018 contro le tasse sul gasolio.
La campagna presidenziale ignora il problema
Eppure, a giudicare dalla nascente campagna presidenziale, nessuno direbbe che questa sia la sfida più urgente del Paese.
Mélenchon sostiene che la banca centrale dovrebbe semplicemente cancellare i titoli francesi che detiene e ha accusato di tradimento il governatore della Banca di Francia per aver suggerito tagli alla spesa.
“Off with their heads”, ironizza il Wall Street Journal: in Francia, ricorda, il motto ha una storia lunga, anche se non gloriosa.
Le proteste potrebbero favorire Marine Le Pen e il Rassemblement National, ma anche lei, secondo il giornale, offre poco più che riforme di facciata.
Uno dei suoi cavalli di battaglia è la promessa di riportare l’età pensionabile a 60 anni, dopo che il tentativo di Emmanuel Macron di innalzarla da 62 a 64 si è arenato tra mille ostacoli politici.
Il vero problema è la crescita
La conclusione dell’editoriale è netta: il problema principale della Francia non è l’aritmetica, ma la crescita lenta.
Le giuste riforme fiscali – tagli alle tasse e riforme del welfare e delle pensioni che incoraggino lavoro e investimenti – creerebbero nuove opportunità di prosperità, e i giovani ne sarebbero i primi beneficiari.
L’alternativa è quanto sta accadendo nelle strade.
Un avvertimento anche per Washington
Il Wall Street Journal rivolge infine un monito agli stessi Stati Uniti: gli americani non possono permettersi di guardare dall’esterno con compiacimento.
Il debito Usa è pari al 100% del Pil e la politica americana sa essere irresponsabile quanto quella francese.
Almeno, per ora, l’economia statunitense cresce a ritmo sostenuto, ma la situazione potrebbe cambiare rapidamente con un mix sbagliato di regolamentazione e un goffo tentativo di uscire dal buco fiscale a colpi di tasse.








