Il dibattito sulla fertilità in Italia e nel mondo è diventato rovente negli ultimi mesi.
Stiamo in particolare osservando un calo di fertilità generalizzato e circa 2/3 dei paesi sono ormai sotto la soglia di rimpiazzo (2,1 bambini per donna).
La novità è che sono sottosoglia anche paesi relativamente poveri, tra cui l’India, in cui tutta la parte meridionale ha tassi di fertilità comparabili a quello italiano.
Lo stesso dicasi della Cina in cui il tasso è sotto 1 in molte zone urbanizzate del nord.
I paesi africani sono tutti abbondantemente ancora sopra la soglia, ma il tasso si riduce molto più velocemente di quanto atteso (dati Nazioni Unite).
L’Italia invece ha subito il crollo del tasso di fecondità molto prima degli altri paesi, tra la fine degli anni 70 e la metà degli anni 90 con una lieve ripresa successiva fino al 2010 circa.
Nel 1995 il tasso di fecondità italiano era virtualmente identico ad oggi, a 1,2.
Questo significa che siccome il calo della popolazione è moltiplicativo, abbiamo già oggi una popolazione giovane in grado di riprodursi molto inferiore a quella di 30 anni fa.
Non è semplice identificare cosa motivi questa specialità italiana al di là dei fattori comuni a tutti i paesi, ma il timing dei due crolli sembra suggerire che le crisi sistemiche del debito abbiano accelerato dei trend in atto in tutto l’occidente.
In altri termini sicuramente parte del calo differenziale è collegato alla incertezza o al pessimismo sulle prospettive di un paese indebitatissimo e che perdipiù ha una struttura del risparmio pensionistico interamente a ripartizione.
Chi nasce oggi si farà carico non solo del debito ma anche delle pensioni di un numero di anziani sproporzionato, salvo che emigri ovviamente (ma non sarà che per questo che tanti giovani abbandonano il nostro paese?).
Altri fattori evidenziati dalla letteratura che sicuramente si applicano al nostro paese sono relativi alla età di abbandono della dimora genitoriale, molto più alta in Italia, e ovviamente il tasso di disoccupazione giovanile.
Soprattutto per le femmine questi fattori di fatto rendono impossibile la costruzione di famiglie relativamente numerose per l’esaurirsi della vita fertile.
Una comparazione spesso proposta è quella con la Francia, che ha ritardato con un certo successo il crollo della fecondità, e solo oggi il suo tasso è sceso sotto il tasso di rimpiazzo.
Si suggerisce spesso che la ragione è nelle politiche per la famiglia più generose in Francia.
Questa comparazione però resta sempre monca nella pubblicistica.
Mentre è innegabile che il bilancio pubblico italiano sia severamente distorto a favore delle pensioni, tuttavia, viene sistematicamente sottaciuto il ruolo della principale ragione: la differenza della imposta sul reddito.
L’Italia nel 1973 ha optato per una imposta personale relegando (molto dopo) al solo ISEE il ruolo del controllo della situazione famigliare.
L’alternativa, che è diventata anatema nel nostro paese, è quella della tassazione dell’unità famigliare, adottata in Francia.
In particolare, in Francia il reddito famigliare era di fatto diviso per il numero dei componenti e al quoziente risultante veniva applicata la scala di progressività.
È chiaro che questo sistema è allo stesso tempo più equo di quello personale, perché la capacità contributiva è meglio misurata dalla posizione famigliare.
Inoltre favorisce la formazione di famiglie con figli.
O dovremmo dire meglio che non le scoraggia, in quanto diminuisce la progressività per chi fa figli.
Il costo da pagare potrebbe essere in termini di disincentivo alla occupazione femminile, ma va detto che nonostante abbiamo sacrificato tutto sull’altare di questo obiettivo, l’Italia non si caratterizza come un paese particolarmente brillante per occupazione femminile.
Di certo invece la tassazione personale ha diminuito la natalità sia direttamente sia indirettamente, scoraggiando la formazione di famiglie (altro fattore cruciale per spiegare il crollo della natalità).
Tutto ciò è curioso in un paese che fa della famiglia certamente il centro della struttura sociale, e non vedo l’ora che qualche sociologo ci spieghi come mai abbiamo adottato questa struttura che ci ha condotti precocemente al disastro.
L’altro paese sviluppato che ha evitato finora il crollo demografico è Israele.
E qui lascio al lettore di immaginare cosa sia alla base della eccezione, ma immagino che sia impossibile prescindere dalla minaccia esistenziale per un gruppo etnico.
E questo ci porta alla composizione della popolazione in futuro.
È un fatto certo che gruppi differenti hanno diverse propensioni alla fertilità.
In particolare, orientamento conservatore e religiosità sono associati a tassi molto più elevati.
Questo potrebbe essere alla base di un cambiamento epocale nelle nostre società.
In termini generali la fiducia nella possibilità di aumentare significativamente il tasso di fecondità solo con politiche economiche è molto bassa.
Si tratta chiaramente di una questione valoriale, il massimo esperto Nicholas Eberstadt sostiene che capiremmo meglio il futuro con letterati che con economisti e scienziati in questo campo.
Ma gli effetti potenzialmente disastrosi sulla sostenibilità economica non possono essere trascurati.
Il nostro paese però non ha alcuna voglia di prenderne atto.
Ad esempio, una strada necessaria è quella di estendere almeno volontariamente la vita lavorativa (fatte salve le professioni usuranti o pericolose).
Ma recentemente il governo ha rimandato l’aumento dell’età minima pensionabile per evitare sollevazioni tra lavoratori anziani protetti dai sindacati.
Anche le svariate misure di decontribuzione, che sono state usate per assorbire l’effetto dell’inflazione sulle retribuzioni, rendono più difficile la sostenibilità del sistema pensionistico.
Infine, il mantra principale è quello di utilizzare l’immigrazione.
Nel breve periodo questo potrebbe funzionare sulla sostenibilità del sistema pensionistico preso in isolamento.
Ma nel frattempo le famiglie di immigrati a basso reddito, che necessariamente in un sistema progressivo non pagano tasse in proporzione ai servizi utilizzati, generano deficit fiscali.
E nel lungo periodo dovremo anche necessariamente ripagare i contributi versati.
È impossibile che il complesso di queste operazioni dia un surplus netto positivo nel lungo periodo; probabile invece che aumentino il debito pubblico totale (implicito ed esplicito) del nostro paese.
È quindi necessario rivedere le politiche di immigrazione per rende il mix di regolari più bilanciato e cercare di diventare attrattivi per persone con un minimo di capitale umano.
In alternativa possiamo consolarci con la massima keynesiana che ‘nel lungo periodo siamo tutti morti’.
In fondo si attaglia molto al carattere nazionale degli italiani.








