Spinta dall’ostinazione con cui la Bundesbank sta affrontando la turbolenza finanziaria, la crisi bancaria arriva in Germania. Anche altri falchi Bce stanno seguendo la stessa linea: il caso più clamoroso è quello dell’olandese Klaas Knot, che non ha previsto la volatilità bancaria nonostante sia al vertice del Financial Stability Board (Fsb), incarico occupato in passato da Mario Draghi. Il Fsb è l’organismo internazionale a cui spetta la supervisione del settore e dovrebbe essere in prima linea nelle crisi. Finora invece, scrive MF-Milano Finanza, non sono arrivati rilievi su quanto sta accadendo.
Il punto di svolta è stato il crollo in borsa di Deutsche Bank venerdì 24 marzo (-8,5%), accompagnato dal rialzo a livello record dei credit default swap, le assicurazioni contro il fallimento dell’istituto. In precedenza, per un paio di giorni, sembrava fosse tornata la calma sui mercati. La volatilità innescata da Svb e poi da Credit Suisse sembrava tamponata, in particolare dopo l’acquisizione dall’istituto svizzero da parte di Ubs. Così, in un momento di tranquillità apparente quanto fragile, la Bundesbank è subito tornata alla carica su nuovi aumenti dei tassi Bce, dopo quello di 50 punti base nell’ultimo consiglio direttivo.
Il 22 marzo il presidente della Buba, Joachim Nagel, ha sottolineato: «Se vogliamo domare questa inflazione ostinata, dovremo essere ancora più ostinati», mentre sui tassi «c’è ancora strada da fare». Nagel ha poi ribadito l’invito ad accelerare il Quantitative Tightening (Qt) da luglio e «in una fase successiva» a ridurre anche il portafoglio dei titoli del piano pandemico Pepp. La crisi bancaria? «I rischi di contagio sembrano bassi», ha detto il governatore tedesco. Il messaggio è stato replicato anche nella mattina del 24 marzo: «necessario alzare i tassi a livelli sufficientemente restrittivi per riportare l’inflazione al 2% in modo tempestivo».
Alcuni falchi del consiglio direttivo (come l’estone Muller e l’austriaco Holzmann) hanno usato toni meno duri rispetto al passato. Ma nel fronte nordico c’è stata una rilevante eccezione. L’olandese Klaas Knot ha detto: «molto discutibile che mantenere i tassi solo in un territorio leggermente restrittivo sia sufficiente a generare disinflazione. Dobbiamo fare un altro passo a maggio anche se non so di quale entità». Per l’ennesima volta è stato violato l’impegno Bce a non anticipare mosse future. Il leader del Fsb ha aggiunto che le crisi bancarie devono dissiparsi ma anche che l’Europa è “molto, molto lontana” da una crisi finanziaria, mentre il problema principale è l’inflazione.
Le parole di Nagel e Knot assumono un rilievo significativo dopo la debacle di Deutsche Bank. Le posizioni della Bundesbank sono state un boomerang per la Germania e per l’Europa. Di certo nessuno ha da guadagnarci se i dubbi dei mercati colpiscono la principale banche tedesca. C’è da chiedersi se questo basterà perché la Bce si muova in modo più cauto o se la direzione “ostinata” della Bundesbank proseguirà fino allo schianto contro il muro. La Germania e l’Europa non possono rischiare una crisi in una grande banca tedesca.
Di certo adesso è più complicato muoversi perché ogni tentativo di rassicurazione (come quello del cancelliere Olaf Scholz o del presidente francese Emmanuel Macron) potrà essere interpretato come segnale di panico. Perciò sarebbe stata necessaria prudenza in anticipo. Il lato positivo è che in passato le politiche europee sono migliorate quando i problemi sono arrivati in Germania. In Europa saranno discusse non solo le mosse della politica monetaria ma anche le regole sulla gestione delle crisi (si veda anche Milano Finanza del 18 marzo). Anche in questo ambito dovranno essere decise le politiche più appropriate per evitare instabilità finanziaria in Europa.
Lo strumento del bail-in non è stato di fatto mai applicato e resta una grande incognita nelle crisi. Come ha osservato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, l’Ue non dispone di strumenti per intervenire come quelli messi in campo negli Usa. Il crollo in borsa di Deutsche Bank non è legato a un evento specifico del 24 marzo ma alla ricerca da parte degli investitori di un anello debole tra le banche europee dopo le vicende di Svb e Credit Suisse. L’istituto tedesco è stato messo nel mirino per alcune debolezze note da tempo, come le dispute legali e l’esposizione al settore immobiliare. Due banche tedesche (Deutsche Pfandbriefbank e Aareal Bank) hanno deciso di non rimborsare i titoli AT1 che avevano l’opzione “call” in arrivo.
Proprio Deutsche Bank ha invece riacquistato debito subordinato prima della scadenza per 1,5 miliardi: la mossa avrebbe dovuto rassicurare gli investitori; invece, non è servita a frenare le vendite. Per Citi si tratta di “mercato irrazionale”, considerando i dati di bilancio dell’istituto. Ma gli analisti Usa evidenziano anche i rischi di paure che si possono autoalimentare sui depositi. Mark Branson, numero uno della Bafin tedesca (e in precedenza ceo dell’autorità svizzera Finma) ha parlato nei giorni scorsi di “contagio per via psicologica”. In uno scenario di questo tipo possono essere colpite banche percepite deboli come Deutsche Bank, anche in assenza di notizie specifiche. Le banche centrali e le autorità di vigilanza hanno un ruolo decisivo nel creare il contesto adeguato a dissipare i timori.
Gli istituti di credito si sono rafforzati rispetto al 2008, ma l’Europa è ancora in una situazione complicata. L’economia dell’Eurozona ha resistito alla guerra per il calo del gas, ma il pil non è comunque salito nel quarto trimestre 2022 (-0,4% in Germania). Da luglio i tassi Bce sono aumentati di 350 punti base, l’incremento più rapido nella storia dell’euro: l’effetto di questa stretta in gran parte non è ancora arrivato all’economia e lo farà nei prossimi mesi. Dopo Svb e Credit Suisse, inoltre, i mercati sono particolarmente attenti a possibili criticità del settore finanziario.
Finora i falchi Bce hanno guardato all’inflazione, ma hanno dimenticato le conseguenze economiche e finanziarie delle strette. Il membro del comitato esecutivo Fabio Panetta ha invece evidenziato il rischio di «guidare come pazzi a fari spenti nella notte». Il 22 marzo ha sottolineato che la stretta globale «può essere amplificata dalle recenti tensioni finanziarie» e che l’indebolimento delle prospettive di crescita e l’aumento dell’incertezza possono indurre gli investitori a spostarsi dagli asset rischiosi a quelli privi di rischio. «Quando l’offerta di liquidità si contrae rapidamente, questo può stimolare una corsa al contante, rafforzando gli effetti del brusco aumento dei tassi e aggravando le vulnerabilità finanziarie», ha detto.
Negli Usa, in modo del tutto inusuale, asset liquidi di alta qualità stanno offrendo rendimenti più alti di quelli rischiosi. «Con la contrazione della liquidità disponibile, anche l’offerta di prestiti potrebbe subire una rapida contrazione», ha aggiunto Panetta. Il pericolo è che ora la stretta del credito, già visibile da fine 2022 e già attesa dai sondaggi in ulteriore crescita, sia ulteriormente aggravata dalla volatilità finanziaria, con impatto sull’economia.
Nell’ultimo consiglio direttivo la Bce è stata di fatto obbligata ad alzare i tassi di 50 punti base per gli impegni presi nei mesi precedenti su pressione dei falchi. Francoforte sembra aver capito la lezione togliendo riferimenti ufficiali a rialzi significativi futuri. Nelle poche ore di calma sui mercati i falchi sono però tornati ad alzare l’asticella sui tassi, nonostante i rischi finanziari, il forte calo atteso dell’inflazione da marzo e l’ancoraggio delle aspettative al 2% nel medio termine. Ora la vicenda Deutsche Bank, colpendo la Germania, dovrebbe suonare come il campanello d’allarme più forte sulle future politiche europee.
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