“Il capitalismo delle piattaforme comincia a mostrare le prime incrinature e la città torna ad essere luogo di conflitto”.
Sulla Stampa il manager Guido Maria Brera parla dell’utopia negativa della sharing e della gig economy, in cui “la tecnologia non è più al servizio dell’umanità ma utilizzata contro di essa, in una dittatura dell’algoritmo che è stata definita come capitalismo della sorveglianza.
La pandemia ha avuto il merito di rendere evidenti contraddizioni che prima si preferiva ignorare, la sua violenza ha rivelato la malvagità di questo sistema, fatto di sfruttamento, prevaricazione, abusi. Le piattaforme – spiega – si sono appropriate dei meccanismi di socialità e cooperazione propri del genere umano, mettendoli a valore attraverso gli algoritmi. In contemporanea, in tutti i Paesi occidentali, una serie di leggi di riforma in senso regressivo del mercato del lavoro hanno creato una nuova forza lavoro libera da ogni diritto e tutela. Il risultato è che le piattaforme hanno aumentato i fatturati, modificando il tessuto stesso delle metropoli, il nostro modo di abitarle.
Ce ne siamo accorti all’improvviso durante i lockdown, quando abbiamo visto le città deserte attraversate solo da esseri umani addetti al trasporto e alla distribuzione delle merci. Improvvisamente gli invisibili sono diventati visibili, e questa visione si è mostrata in tutta la sua tremenda violenza. Non macchine ma persone in carne ed ossa, forza lavoro sfruttata fino al midollo attraverso gli algoritmi che racconta di focolai, contagi, malattie, licenziamenti o casse integrazioni a zero ore. Mentre le piattaforme segnano profitti incredibili”.
Ora, dopo l’annuncio dello sciopero nazionale dei rider il 26 marzo, arriva quello dello sciopero generale del 22 marzo di tutto il personale della filiera di Amazon, “nuove forme di protesta e resistenza”, le definisce Brera, “che ci riportano in una dimensione in cui è il conflitto il motore del progresso”.
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