“Fino a che livello si può indebitare uno Stato costretto a proteggere cittadini e imprese rimaste senza lavoro, prima di rischiare il fallimento e di trascinarvi un’intera economia?
Come è possibile che iniezioni di liquidità nel sistema così ingenti come quelle viste dopo la crisi del 2007, non abbiano infiammato l’inflazione?
E perché, però, stimoli fiscali di grandissime dimensioni non sono riusciti, negli ultimi anni, a farci uscire da quella stagnazione secolare che ha preceduto la grande Depressione nella quale ci ha fatto precipitare un microscopico virus?”
Sono le domande che l’economista Francesco Grillo si pone e in cui ipotizza anche possibili soluzioni:
“Tre sembrano le intuizioni utili a rinnovare una teoria in affanno. La prima è che non può essere vero che abbiamo inventato un modo per fabbricare soldi senza pagarne le conseguenze. La seconda è relativa tassi di interesse: è vero che essi sono negativi e, però, la possibilità di accedervi è in buona parte limitata a Stati e imprese che in alcuni già non sono più tecnicamente solvibili; molto più difficile è accedere al capitale per giovani imprenditori che puntassero a trasformazioni radicali”.
“La terza è quella sul ruolo della tecnologia che i modelli econometrici non riescono ad incorporare nelle proprie previsioni. Il costo di memorizzare, processare, trasmettere informazioni si sta riducendo della metà ogni diciotto mesi. Da circa trent’anni. Ciò produce un effetto deflattivo sui prezzi che è probabilmente compatibile con livelli di inflazione negativi”.
“È venuto, allora, il tempo di ripensare l’economia attorno a ipotesi non convenzionali e coraggiose: quella di consentire alle tecnologie di portarci sistematicamente verso tassi di inflazione negativi; di costruire nuove forme di Welfare, nuovi sistemi pensionistici e mercati del lavoro che arrivino a concepire la possibilità che i salari possano seguire una riduzione dei prezzi; di immaginare un ruolo dello Stato che sia non solo quello di investitore di ultima istanza ma di promotore di un’innovazione di medio periodo”.
“Reinventare l’economia richiede saper mettere insieme mestieri diversi e diverse scienze: matematica per verificare ipotesi; sensibilità politica; capacità di comunicare; una buona dose di pragmatismo”.
“Per troppi anni, invece, siamo rimasti pigramente imprigionati di modelli econometrici basati su convinzioni sempre più lontane dalla realtà: buoni per scrivere articoli scientifici che nessuno legge; non certo per comprendere e governare la trasformazione – tecnologica e cognitiva – che sta cambiando la vita di centinaia di milioni di persone”.
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