Dopo quanto espresso nelle sue considerazioni finali, anche nel corso degli Stati generali il governatore di Bankitalia Ignazio Visco “ha tentato di richiamare l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica sul tema della produttività. In entrambi i casi il suo appello è caduto nel vuoto”.
Lo scrive sul Corriere della Sera Dario Di Vico, secondo il quale “Visco ha proposto uno scenario che dovrebbe considerarsi ampiamente alla portata di un Paese avanzato: far crescere la produttività dell’1% medio per un decennio per poter generare di conseguenza una crescita del Pil dell’1,5% annuo lungo lo stesso periodo”.
“Il guaio – continua Di Vico sul Corriere – e insieme la spiegazione dell’assordante silenzio seguito ai suoi richiami, è che il governo e le principali forze politiche sono tarate su altri indirizzi, nella migliore delle ipotesi non vanno oltre l’idea di voler sostenere con i trasferimenti europei la domanda e i redditi compromessi dal lockdown”.
“Eppure, basterebbe dare ascolto alle parole di Visco per avere quantomeno un principio ordinatore dell’azione di governo. Privilegiare la produttività vuol dire affrontare i colli di bottiglia che ostacolano lo sviluppo e riguardano sia fattori di contesto, a cominciare dall’inefficienza della Pa e dal calo degli investimenti, sia fattori di organizzazione delle aziende, che vanno messe nelle condizioni di poter premiare i recuperi di rendimento” prosegue Di Vico.
“Più l’obiettivo della produttività viene declinato in maniera larga e inclusiva (pensate al nesso istruzione-mobilità sociale) più emerge come nel Paese esista una larga constituency interessata alla sua realizzazione ed è su questa società aperta e silenziosa che va fatta leva per delineare una «via alta» dello sviluppo italiano”.
“Il rischio di disegnare invece un’Italia a bassa competitività, ad alta incidenza del sommerso e a scarsa qualificazione del capitale umano è purtroppo evidente a tutti e trova una sponda – conclude – in quelle nuove culture politiche che in nome della cittadinanza hanno legittimato l’ignoranza”, conclude Di Vico nel suo editoriale.
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