Con l’avvicinarsi delle elezioni europee è forse il caso di chiedersi che Europa aspettarsi o augurarsi.
Troppe le incertezze, troppe le accelerazioni: servirebbe forse (finalmente) una strategia e una visione davvero di medio-lungo termine, le uniche che possono consentire a investitori, imprese e consumatori di vivere con fiducia il nuovo ciclo delle istituzioni europee.
Il 18 marzo il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel in una dichiarazione rilasciata alla stampa ha affermato la necessità di “essere pronti a difenderci e passare a una modalità di economia di guerra”.
E così, dopo aver assistito negli ultimi anni all’intensa corsa regolatoria e finanziaria intrapresa da fine 2019 verso l’ambita neutralità climatica dell’Unione Europea incarnata nel cosiddetto Green Deal, ci dobbiamo attrezzare per il War Deal.
Soppianterà il primo? Si affiancherà a esso? Con che risorse?
D’altro canto già nel maggio 2023 il presidente francese Emmanuel Macron aveva invocato la necessità di una “pausa regolatoria” con riferimento alla legislazione europea in materia ambientale e non sono mancate, anche nella fase di picco dei prezzi dei mercati all’ingrosso dell’energia, altre istanze politiche aventi a oggetto una moratoria degli interventi normativi dell’Unione Europa in materia di tutela dell’ambiente.
A ciò oggi si aggiunge una concreta incertezza su quella che sarà la politica degli Stati Uniti – dopo l’adozione del cosiddetto Inflation Act – in materia ambientale in esito alle prossime elezioni.
In questo scenario l’interrogativo che legittimamente ci si pone è: il Green Deal europeo designato da Ursula Von Der Lyen come espressione di un “nuova strategia di crescita”, l’eventuale pausa regolatoria e il contestuale avvio di un’economia di guerra implicheranno una pausa nelle politiche di crescita economica o una deviazione di tale crescita?
È anche vero che in questi giorni il giudizio più severo sulla necessità di cambiare passo sul Green Deal è arrivato dalla Bce, la quale ha sottolineato che l’impatto di misure come la nuova imposta sul carbonio alla frontiera (Cbam), cioè il prelievo sulla CO2 emessa nella produzione extra-Ue, e il sistema Ets di scambio delle quote di emissione che realizza, per i settori industriali che generano più CO2, il principio secondo cui «chi inquina paga», determineranno maggiori costi dei fattori produttivi dovuti all’aumento dei prezzi dell’energia e delle emissioni di CO2 (nel quadro degli schemi di scambio delle quote), che potrebbero frenare la crescita della produttività di un terzo nei prossimi cinque anni.
L’auspicio è che le elezioni europee ci consegnino una sempre più forte presenza italiana in Europa, che aiuti a costruire davvero un European New Deal caratterizzato da una visione strategica davvero europea, capace di essere stabile, di lungo termine, flessibile e originale, indipendente e perché no – visionaria e non derivata dalle esternalità geopolitiche.








