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Per far ripartire la scuola serve investire sugli insegnanti, da cui dipende la qualità reale della scuola stessa

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Oggi dobbiamo essere consapevoli della nostra capacità di leggere e interpretare i cambiamenti in atto nella difficile stagione di emergenza educativa. Dobbiamo guardare lontano ed esplorare soluzioni nuove che possono rispondere alle sfide nuove ed inedite. Mai come in questo momento di cambiamento d’epoca tale capacità è necessaria e preziosa per la scuola e per il Paese.

La scuola, infatti, è il luogo privilegiato dove una comunità di adulti opera per l’educazione e l’istruzione dei giovani, mettendo in gioco metodi, strumenti, contenuti propri della professione docente. La presenza di adulti, educatori, insegnanti e dirigenti che ogni giorno accettano la sfida del rapporto con i bambini e ragazzi rappresenta la vera speranza di rinnovamento della scuola. Infatti, anche nelle situazioni più difficili, è il continuo mettersi in gioco di figure appassionate al proprio mestiere e al destino dei giovani che hanno davanti che rende possibile l’esperienza educativa, la loro crescita umana, culturale e professionale.

Alla politica chiediamo di rimettere al centro la funzione originale e specifica della scuola, ricostruendo le condizioni di una stima sociale nei confronti dell’istruzione e della figura del docente come professionista. Non possiamo più attendere una “Costituente per la scuola”, perché la scuola è un bene comune di tutto il popolo, dove si possono porre le basi per un nuovo sviluppo, culturale, economico e sociale del Paese.

La pandemia Covid-19 ha stravolto le nostre vite e ha rimesso al centro l’importanza della formazione e ha accentuato criticità: il divario socioeconomico e culturale tra territori, con fenomeni a macchia di leopardo di dispersione scolastica e di povertà educativa. Il serio ritardo in alcune zone del Paese nella dotazione di infrastrutture digitali e di attrezzature informatiche; l’inadeguatezza degli arredi (non bastano le sedie a rotelle) e degli ambienti di apprendimento che spesso risultano poco funzionali; il personale non sempre adeguatamente formato per affrontare le nuove sfide imposte dalla complessità del mondo della scuola e  gli investimenti nell’edilizia scolastica assolutamente insufficienti.

E’ doveroso oggi comprendere se e come alcune delle esperienze vissute attraverso l’emergenza epidemiologica possono fungere da faro e condurci verso una scuola migliore. La scuola migliore, più agganciata alla vita concreta  degli studenti e più rispondente ai loro reali bisogni che fa i conti con le competenze. Nonostante sia trascorso un quindicennio dalla prima raccomandazione europea in merito, e quasi tre anni dall’ultima, nella prassi della scuola italiana troppo spesso vive ed opera una realtà estremamente distante da quel paradigma. Lo percepiamo nella nostra esperienza quotidiana di formatori e dirigenti: docenti in media poco formati e dal basso livello retributivo con anacronistici  approcci metodologici, didattici e docimologici.

Si tratta di investire sugli insegnanti. La qualità della scuola dipende dalla qualità degli insegnanti. Tuttavia l’approccio alla categoria resta caratterizzato da stereotipi mortificanti: il compromesso basso stipendio-pochi controlli; la scuola ammortizzatore della disoccupazione intellettuale. Si tratta di proporre nuove articolazioni per la carriera del docente, prevedendo uno sviluppo professionale che valorizzi l’impegno e la qualità dell’insegnamento, promuova l’innovazione didattica, metta al servizio dei docenti più giovani l’esperienza maturata dai docenti di lungo corso. Questa scelta si accompagna naturalmente alla riformulazione del percorso ordinario di reclutamento dei nuovi insegnanti.

Ci attendono nuove prospettive per lo sviluppo dell’autonomia scolastica. L’istituzione dell’autonomia scolastica risale ormai a più di venti anni fa. Il tentativo di ingabbiare la potenzialità dell’autonomia è palese nei vari interventi normativi succedutisi negli ultimi anni, spesso con il plauso dei sindacati. Un sistema scolastico che voglia davvero rinnovarsi deve superare definitivamente l’anacronistico paradigma centralistico, burocratico e statalista per sviluppare una vera cultura educativa fondata sull’autonomia. Rilanciare l’autonomia scolastica, sempre esaltata, ma di fatto profondamente limitata da una serie di vincoli e da ricorrenti spinte centralistiche specie dell’amministrazione, rappresenta la condizione necessaria affinché la comunità scolastica possa essere davvero protagonista dell’offerta formativa corrispondente alle esigenze dei ragazzi e delle necessità delle famiglie. La vera scuola autonoma è quella  in cui sono date le condizioni strumentali e metodologiche per valorizzare le attitudini di ciascun studente rispettandone le diversità, le vocazioni, gli stili cognitivi, gli interessi culturali.

Infine c’è da incrementare come naturale sviluppo dell’autonomia scolastica la “scuola aperta” e i “patti educativi territoriali” per mobilitare le risorse umane e culturali del territorio e per ripartire con risposte all’emergenza educativa dal basso. Si tratta di rompere l’inerzia e immaginare un nuovo modo di essere scuola, più al passo con i tempi e aprire la scuola a un tempo di vita nuovo e a nuove relazioni: con gli studenti, con le famiglie, con le associazioni e il territorio. Ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà e una società più accogliente e inclusiva.

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