Il Paper “100 Proposte per l’Italia” – Le nove proposte per la ripartenza del Sud

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Dopo 200 giorni da quando è nata la piattaforma digitale www.ripartelitalia.it e il relativo think tank magazine, l’Osservatorio Riparte l’Italia ha deciso di mettere insieme le idee e i suggerimenti di oltre 500 esponenti della società civile e di elaborare, sulla scia di tali considerazioni, 100 proposte per l’Italia, raccolte in un unico paper.

Vi proponiamo le nostre proposte divise per argomenti, in modo che sia più facile navigarle, consultarle e approfondirle, corredando le singole proposte con il testo del capitolo di riferimento presente nel Paper, scaricabile qui.

Le Nove Proposte per il Sud presentate dall’Osservatorio Riparte l’Italia:

  1. Promuovere le specificità del Mezzogiorno – rispettando la vocazione dei territori – quale porta sul Mediterraneo, in un’ottica di alleanza tra Nord e Sud del Paese, nonché in coordinamento con le Istituzioni europee
  2. Favorire lo sviluppo del turismo eco-sostenibile nelle zone del Sud
  3. Implementare la produzione di energie rinnovabili sfruttando le peculiarità ambientali del Mezzogiorno
  4. Completare le necessarie infrastrutture
  5. Favorire la crescita di un’imprenditoria del Mezzogiorno giovane, connessa e sostenibile
  6. Coniugare le misure di decontribuzione del lavoro con incentivi agli investimenti in formazione e in digitalizzazione, sotto forma di credito di imposta o di altre forme di fiscalità di vantaggio
  7. Superare la logica del mero assistenzialismo
  8. Accelerare l’istituzione ovvero l’implementazione delle Zone Economiche Speciali e potenziarne la capacità attrattiva per gli investitori
  9. Sostenere l’accesso delle imprese e delle famiglie del Sud al credito, onde contrastare fenomeni di usura

Il rilancio dell’Italia nel suo complesso non può che passare – il punto è diffusamente avvertito da coloro la cui voce è risuonata nell’Osservatorio – attraverso specifici sforzi diretti a rilanciare il Sud.

Il documento «L’economia delle regioni italiane – Dinamiche recenti e aspetti strutturali», pubblicato dalla Banca d’Italia il 4 novembre 2020 ha fotografato uno shock macroeconomico di entità eccezionale, non compensato dalla ripresa del terzo trimestre 2020: l’epidemia ha messo in ginocchio il Paese, creando un’ulteriore spaccatura tra il Nord e il Sud (6 novembre 2020).

Il Rapporto sottolinea come in base ai dati di contabilità nazionale dell’Istat, la spesa delle famiglie residenti si è fortemente ridotta nella prima metà del 2020 e più intensamente nel secondo trimestre. Il reddito delle famiglie è stato sostenuto dagli ammortizzatori sociali e dai provvedimenti che ne hanno previsto il rafforzamento. A supporto del reddito dei nuclei meno abbienti e non coperti da strumenti di altra natura, è stato introdotto il Reddito di emergenza (Rem), i cui beneficiari sono più concentrati nelle regioni del Sud e nelle Isole. Nei primi sei mesi del 2020 l’attività economica si è ridotta di oltre il 10% rispetto al corrispondente periodo del 2019.

Vi hanno concorso le misure necessarie per il contenimento dei contagi, tra cui la temporanea sospensione delle attività dei settori «non essenziali» disposta nel mese di marzo e, successivamente, il calo della domanda interna ed estera.

Secondo l’indicatore trimestrale dell’economia regionale (ITER) elaborato dalla Banca d’Italia, la flessione è stata più marcata al Nord, coerentemente con l’insorgenza precoce della pandemia in tale area geografica. L’aumento del fabbisogno di liquidità delle imprese conseguente alla drastica riduzione dell’attività è stato ampiamente soddisfatto con la crescita sostenuta del credito, iniziata in marzo nel Centro Nord ed estesa in estate al Mezzogiorno.

Ma anche il numero di occupati si è ovunque ridotto, più marcatamente nel Mezzogiorno, dove la struttura produttiva è più orientata ad attività maggiormente esposte agli effetti della pandemia (quali i servizi connessi con il turismo) e la composizione dei contratti di lavoro risulta più sbilanciata verso forme di lavoro temporaneo (8 novembre 2020).

Altri dati, che testimoniano il divario tra le zone del Paese, provengono dalla Federazione Autonomi Bancari Italiani. Dall’inizio della pandemia e fino alla prima metà di novembre «sono state presentate 1.252.662 domande per un importo complessivo di 101,2 miliardi. Sono 277.560 le richieste di finanziamento fino a 800mila euro per un totale di 82,2 miliardi (296.284 euro l’importo medio), mentre sono 975.102 le richieste di finanziamento fino a 30mila euro (19.582 euro l’importo medio). Confrontando il numero delle misure concesse nelle diverse regioni, lo scenario appare decisamente non omogeneo. Gli estremi sono dati da un lato da Lombardia ed Emilia-Romagna, regioni che hanno ricevuto più di un terzo del totale e dall’altro, da Molise e Basilicata, regioni che invece faticano a beneficiare del supporto finanziario derivante dalle misure introdotte».

I dati – stando ancora alla FABI – «suggeriscono che la diversità nella ripartizione delle risorse finanziarie nell’attuale fase di emergenza spinge il ricorso a forme alternative di finanziamento, anche non legali, soprattutto per i contesti socioeconomici più fragili». Guardando il totale dei finanziamenti, “il 52,7% delle richieste interessa solo quattro regioni (Lombardia 23%, Veneto 11,4%, Emilia-Romagna 10,2%, Toscana 8,2%) dove opera, tuttavia, il 37,7% di Pmi e partite Iva.

«Il Segretario generale dell’organizzazione Lando Maria Sileoni a commento dei dati sottolinea che “in una situazione così difficile per l’economia, non bastano i finanziamenti: sono indispensabili anche stanziamenti a fondo perduto, proprio per assicurare disponibilità finanziarie al Paese e per evitare che sia le famiglie sia le imprese possano essere costrette a chiedere denaro agli usurai» (23 novembre 2020).

«Le consistenti risorse che siamo riusciti ad ottenere dall’Europa ci consentiranno di rafforzare la strategia che abbiamo già avviato con il Piano Sud 2030. Il Recovery Plan sarà un’occasione irripetibile per poter finalmente incidere sul divario storico che separa il nord e il sud del Paese». Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a Bari per l’inaugurazione dell’84a edizione della Fiera del Levante. Conte ha riconosciuto la difficoltà fino ad oggi del fare impresa al sud, soprattutto per una questione di costi. Questo anche «per colpa di storiche carenze infrastrutturali e di un radicato deficit di produttività». Trend da invertire attraverso la fiscalità di vantaggio, che vuole «tagliare il costo del lavoro senza toccare le retribuzioni dei lavoratori», aprendo una nuova stagione per il mondo del lavoro al sud» (4 ottobre 2020).

Sul tema del Mezzogiorno si sono appuntate alcune osservazioni di Luigi Balestra: «I processi di ristrutturazione, di ammodernamento, di investimenti infrastrutturali, attualmente necessari, ben potrebbero partire dal Sud. Si tratta di una prospettiva evincibile anche dalla missione Piano Sud 2030 elaborato dal Ministero per il Sud e la Coesione territoriale recante la data febbraio 2020, i cui obiettivi (giovani, connessione e inclusione, innovazione, svolta ecologica, apertura verso il Mediterraneo) ben si intersecano con quanto sostenuto.

Pensando al Sud, viene in mente il fattore climatico-ambientale, con riguardo allo sviluppo delle energie rinnovabili, su cui il Sud ben potrebbe indirizzare la ricerca e lo sviluppo. Il tutto secondo canoni di sostenibilità – anche, ma non solo, ambientale – nonché nella prospettiva del Green Deal europeo. Una scelta al tempo stesso preliminare e fondamentale, da compiere al più presto, concerne le fonti energetiche su cui investire, all’uopo stabilendo altresì la misura di detto investimento.

Una scelta strategica e di scenario, come emerso in un confronto con Stefano Laporta, da assumere in linea con gli strumenti ed i piani già adottati, in primis con gli obiettivi del PNIEC, strumento in relazione al quale ISPRA ha elaborato una analisi di scenario che, partendo dalla situazione di oggi e dagli obiettivi fissati, ha indicato quali fonti energetiche debbano essere incrementate e di quanto al fine di conseguire i risultati individuati. Vi è poi il mare con tutte le opportunità che esso può fornire.

Giuseppe Coco, Amedeo Lepore e Greta Tellarini, in questo come in altri contesti, hanno messo in luce un istituto di enorme rilevanza, quello delle zone economiche speciali (c.d. ZES), le quali meritano – il che è nell’intendimento del Governo in questa particolare contingenza – di essere valorizzate e, per certi versi, ripensate nelle loro modalità operative. Esse, tra gli altri obiettivi di cui sono accreditate, possono condurre a fare dei porti del Sud importanti hub della logistica, giusta una nuova visione del ruolo del Mediterraneo.

Il Sud può candidarsi, come ha posto in luce Claudio De Vincenti e come emerge dal Piano Sud 2030, a divenire un ponte solido verso l’Europa in relazione a una nuova gamma di rapporti economico internazionali, che sappiano valorizzare tutto quelle potenzialità che l’Africa, la via della Seta, sono in grado esprimere. Il bel mare del Sud significa anche turismo. Lo sviluppo del turismo deve sapersi coniugare con un’idea di sostenibilità, senza tuttavia che detta idea sia alimentata in partenza da inutili preconcetti. I dati SVIMEZ, così come riportati dal Piano Sud 2030, confortano questa visione in quanto danno atto che ogni Euro investito in infrastrutture al Sud attiva 0,4 Euro in termini di domanda di beni e di servizi al Centro-Nord» (28 giugno 2020).

«Occorre programmare la ripresa dell’Italia e questa passa dall’alta velocità, Calabria e Sicilia comprese, cioè dal ponte sullo Stretto», affermano il vicepresidente di Confindustria Natale Mazzuca, il vicepresidente vicario di Sicindustria Alessandro Albanese, il presidente di Confindustria Catania Antonello Biriaco, il presidente di Confindustria Siracusa Diego Bivona.

Proseguono: «Occorre scardinare il falso paradigma secondo cui costruire il ponte significa non realizzare e/o completare le altre infrastrutture necessarie.

“Non si farà mai”, è una formula senza visione. E il pretesto per chi non vuole progettare un modello di sviluppo del Meridione slegato da dipendenze politiche ed economiche. E un alibi per chi preferisce guardare al Sud con lo specchietto retrovisore» (17 giugno 2020).

L’auspicio di Gaetano Micciché, AD di Ubi Banca è che «l’Europa stia preparando un piano Marshall per l’Italia e per il Mezzogiorno soprattutto. Soprattutto finalizzato alla crescita e all’internazionalizzazione del sistema industriale.

Non si può fare sviluppo se le più importanti aziende siciliane con sede nell’isola hanno un fatturato di cinquanta milioni. Sono poche e sono piccole. Come possono creare occupazione in una terra dove ci sono tre grandi Università come Palermo, Catania e Messina che formano giovani di talento? La Sicilia deve sfruttare i suoi punti di forza che sono il turismo, l’agricoltura, l’arte, il food.

Occorre costruire un’industria dell’ospitalità e della cultura che abbia la forza di creare valore. Bisogna attrarre il turismo di alto livello per far diventare la Sicilia una meta ricercata come può essere la Costa Azzurra» (16 ottobre 2020).

Da più parti si auspicano misure di incentivo per le attività economiche che decidono di operare nel Mezzogiorno, anche al fine di superare una logica meramente assistenzialistica.

Ad avviso di Francesco Profumo «serve rendere attrattivo dal punto di vista fiscale il Mezzogiorno sul modello di quanto realizzato in Irlanda o in Portogallo sul quale bisogna intervenire anche in tempi brevi. Se sommiamo investimenti strutturali, quelli in termini di competenze e alla opportunità di avere risorse eccezionali in questa fase siamo nelle condizioni di un nuovo risorgimento italiano che parta dalle regioni del sud e in particolare dalla Sicilia che ha una posizione strategica, una storia unica al mondo e una cultura indescrivibile ma che ha bisogno di uscire dalla cultura dell’assistenzialismo» (25 giugno 2020).

L’imprenditore Nino De Masi, da anni sotto scorta per le minacce della ‘ndrangheta, propone l’istituzione di una no-tax area. «La mia proposta – afferma in una nota – parte da alcune premesse. Il mezzogiorno già prima della pandemia era un territorio in ritardo di sviluppo. Le ingentissime risorse che sono state spese (o dilapidate) per diminuire il divario socio economico tra nord e sud, non hanno dato concreti risultati, in quanto la forbice è sempre aumentata. Oggi il mezzogiorno è condizionato da forti ritardi infrastrutturali che frenano ogni politica di sviluppo.

Questa situazione di povertà non solo economica è stata l’humus che ha fatto radicare e sviluppare la più potente organizzazione criminale al mondo. Ogni politica di sviluppo deve passare obbligatoriamente dal rendere competitivo un territorio condizionato da forti handicap infrastrutturali. La no tax area consente, così come avvenuto in tanti altri Paesi del mondo in cui è stata applicata, di innescare immediatamente una crescita economica» (9 giugno 2020).

A commento dei provvedimenti legislativi contemplanti misure di decontribuzione del lavoro svolto presso imprese operanti nel mezzogiorno Giuseppe Coco ha osservato che: «Qualora si volesse comunque perseguire la strategia dello sconto contributivo per i prossimi dieci anni, sarebbe almeno opportuno legarlo – in termini aggiuntivi al credito d’imposta – alla effettuazione di investimenti di qualunque genere, da impianti e macchinari ad attività di formazione per il personale e di digitalizzazione delle attività. Si concederebbe il beneficio solo a chi reinveste i risparmi nella propria impresa. Questo avrebbe il beneficio addizionale di evitare che le imprese aggiungano solo manodopera a basso costo.

Il costo del finanziamento sarebbe molto più contenuto. Inoltre anche il costo politico di contrattare la misura a Bruxelles sarebbe inferiore: si rispetterebbe il principio comunitario che gli aiuti di Stato possono solo essere concessi a fronte di un investimento. Questo governo ha finora dimostrato attenzione ai problemi del Mezzogiorno. La sua azione, in continuità con il percorso intrapreso con i Decreti Mezzogiorno dell’allora Ministro De Vincenti (Credito d’imposta per investimenti al sud, potenziamento di ZES, Resto al Sud, Fondo Cresci al Sud), ha ripreso una strada positiva» (10 ottobre 2020).

Secondo Adriano Giannola, presidente Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), «ci vogliono politiche di sviluppo. Questa piccola ripartenza estiva, la metà rispetto a quella che verrà registrata a Nord, dovrebbe essere un ulteriore elemento per dare retta all’Europa e decidere di aggregare le differenze con un atteggiamento produttivo, con investimenti materiali e immateriali dove il Paese ne ha più bisogno» (6 settembre 2020).

Analisi e proposte per la ripartenza del Mezzogiorno sono state enunciate – in un’intervista esclusiva per l’Osservatorio Riparte l’Italia – da Claudio De Vincenti, il quale muove dalle politiche elaborate nel corso della sua esperienza governativa: «quelle politiche volevano essere l’avvio di un percorso in cui la politica industriale investiva sulle capacità di iniziativa della società civile del Mezzogiorno, dei suoi imprenditori e dei suoi giovani. Il riscontro è stato molto positivo: il Credito d’imposta, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Economia, ha generato oltre 8 miliardi di investimenti privati sulla base di una dotazione di 2,4 miliardi; a sua volta, a oggi le domande di giovani meridionali che vogliono utilizzare Resto al Sud per fare impresa sono state circa 14 mila (e altre 16 mila sono in compilazione), di cui 6 mila già approvate e finanziate per un’occupazione di 3-4 giovani per iniziativa.”

Prosegue Claudio De Vincenti: “Spero si acceleri sulle ZES, perché possono essere una grande occasione per il Mezzogiorno e per l’Italia. La misura di decontribuzione parziale adottata dal Governo mi lascia perplesso. Io credo che la fiscalità di vantaggio per il Meridione sia importante, ma che si deve qualificare per il fatto che alle risorse messe dallo Stato devono corrispondere con certezza investimenti da parte delle imprese: il Mezzogiorno ha assoluto bisogno di veder crescere la presenza di attività economiche e la dinamica della produttività dei fattori se vogliamo chiudere il divario dal Centro-Nord. È quanto si ottiene se si indirizza la fiscalità di vantaggio al sostegno degli investimenti delle imprese, come per esempio con il Credito d’imposta, per il quale bisognerebbe incrementare la percentuale di incentivo e allargare le tipologie di imprese e di settori coinvolti.

La decontribuzione è un sussidio che riduce il costo del lavoro senza nessuna garanzia che le imprese utilizzino quei risparmi per fare investimenti. La ripartenza del Sud postula un’alleanza con il Nord che conduca a condividere le scelte in una prospettiva di beneficio per l’intero Paese. È questo il messaggio culturale di fondo che ha ispirato la nascita e poi le iniziative dell’Associazione Merita – Meridione Italia e la proficua collaborazione che si sta instaurando con Riparte l’Italia» (6 novembre 2020).

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