Prezzi e rendimenti dei titoli di Stato in salita, rinnovabili al palo. Secondo l’editoriale di Affari & Finanza, la crisi energetica non è un fulmine a ciel sereno e le responsabilità sono politiche.
La crisi energetica non si può definire inaspettata.
È questa la tesi di Walter Galbiati, che nell’editoriale “Tra inflazione e tassi un altro whatever it takes”, pubblicato oggi su Affari & Finanza de la Repubblica, ricorda come la guerra in Ucraina risalga al 2022 e come di rinnovabili si parli almeno dal 2016, quando oltre 190 Paesi sottoscrissero l’Agenda al 2030.
Rinnovabili sotto gli obiettivi
Eppure, osserva Galbiati, si è fatto poco.
In Italia la potenza installata da fonti rinnovabili è di poco superiore agli 88 gigawatt e, negli anni migliori, cresce di circa 7 gigawatt l’anno.
Per centrare gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, che prevede 131 gigawatt installati al 2030, il ritmo dovrebbe salire ad almeno 10 gigawatt annui.
Un ritardo che, secondo l’editorialista, rende il Paese vittima delle crisi geopolitiche a causa dell’eccessiva dipendenza dalle fonti fossili.
L’inflazione energetica
L’ultimo segnale arriva dall’inflazione, salita a settembre al 4,2% su base annua.
L’inflazione di fondo, depurata da energia e alimentari freschi, si ferma invece all’1,7%, sotto il target del 2% fissato dalla Bce.
Il problema, sottolinea l’articolo, è concentrato sull’energia: rispetto a settembre dello scorso anno il gas è aumentato del 47,2%, il gasolio per i mezzi di trasporto del 34,9%, la benzina del 21,8% e l’elettricità del 21,5%.
Misure tampone e fondi Ets
Per Galbiati, misure come il taglio delle accise o i sussidi sono poco lungimiranti e proseguono sulla scia di quanto, poco, fatto dal 2022.
Il governo, scrive, dovrebbe invece concentrare le risorse su rinnovabili e sistemi di accumulo, evitando “inutili prebende elettorali”.
L’editoriale cita anche il recente attacco della premier Giorgia Meloni all’Emissions Trading System (Ets): dei quasi 20 miliardi incassati dallo Stato con questo meccanismo, meno di 2 sarebbero stati investiti nella transizione, mentre per legge ne andrebbe destinato almeno il 50%.
Il rischio sui tassi
Il timore è che, oltre a bollette e carburanti più cari per famiglie e imprese, l’inflazione spinga al rialzo i mutui.
La Bce, pur sapendo che la politica monetaria può fare poco contro un’inflazione causata da uno shock dell’offerta, potrebbe tornare ad alzare i tassi.
Lo stesso Mario Draghi, ricorda Galbiati, ha messo in guardia i suoi ex colleghi banchieri centrali da una simile scelta, mentre il costo del denaro sulle scadenze lunghe è già ai massimi.
Il rendimento del Btp decennale è oggi al 4,7%.
Nel 2021 il costo medio delle emissioni di debito italiano era dello 0,1%; a fine agosto era salito al 2,94%.
“Un salasso”, lo definisce l’editoriale, in un mercato dei titoli di Stato europei che torna a infiammarsi in vista delle elezioni del prossimo anno in Italia, Francia, Grecia e Spagna.
La conclusione è netta: se la situazione dei debiti sfuggisse di mano, servirebbe un altro “whatever it takes”, in attesa che i Paesi europei imbocchino con decisione la strada della transizione.








