Una ricerca della storica di Oxford Sheilagh Ogilvie, rilanciata da Alessandro De Nicola su Affari & Finanza, mostra che dove i gruppi di potere economico perdono i loro privilegi il Pil cresce più in fretta. E l’Italia resta tra i Paesi più restii ad aprire i mercati protetti.
Dai tessitori di Londra del XII secolo ai concessionari balneari delle coste italiane di oggi corre un filo continuo.
A ricostruirlo è Sheilagh Ogilvie, storica dell’economia dell’Università di Oxford, nella lezione tenuta il mese scorso all’Istituto Bruno Leoni.
Lo racconta l’economista Alessandro De Nicola nella sua rubrica “La mano visibile” su Affari & Finanza di Repubblica, in edicola oggi, 5 ottobre 2026.
Il lavoro di Ogilvie copre novecento anni di corporazioni europee, con oltre 17 mila osservazioni tratte da circa un migliaio di fonti primarie e secondarie.
La conclusione smentisce un luogo comune: le corporazioni non sono sopravvissute perché “funzionavano”, ma perché sapevano piegare a proprio vantaggio le scelte politiche.
Il meccanismo
Lo schema è semplice.
Una corporazione ottiene dal governo l’esclusiva su un’attività.
Per difenderla limita l’ingresso nel mercato, riduce la quantità di beni e servizi, tiene i prezzi sopra il livello concorrenziale e comprime i costi degli input, salari compresi.
In cambio, per secoli, le gilde hanno girato una quota delle rendite al potere politico: tributi, prestiti, doni in denaro e favori come l’aiuto nella riscossione fiscale, nella leva militare e nella regolazione economica.
La torta complessiva si riduce, ma politici e operatori protetti ne prendono le fette più grandi.
I numeri raccolti da Ogilvie sono netti.
I prezzi delle gilde erano in media più alti del 47,8% rispetto a quelli dei produttori non corporati.
La produzione veniva limitata al 45% della capacità tecnicamente possibile.
Per entrare si dovevano superare barriere di cittadinanza, parentela e genere: oltre il 99,5% delle gilde escludeva le donne dalla qualifica di maestro.
Le tasse d’ingresso valevano in media 276 giornate di lavoro, a cui si aggiungevano criteri legati a religione, lingua e colore della pelle.
L’alibi della qualità
L’argomento preferito da ogni corporazione è la qualità: “senza di noi, il consumatore è indifeso”.
Eppure, osserva De Nicola, solo il 39% degli statuti delle gilde italiane tra il 1220 e il 1800 conteneva regole sulla qualità.
Le industrie di maggior successo, come la lana di Padova, il merletto di Venezia e la seta di Vicenza, crescevano fuori dai controlli corporativi.
I consumatori poveri compravano illegalmente prodotti non protetti perché costavano meno.
Nel 1673 alcuni artigiani che volevano vendere a Leicester lo scrivevano così: “non è la perfezione di poche calze, ma la produzione di molte, che serve al bene pubblico”.
Da ieri a oggi
Il parallelo con il presente è diretto.
I balneari difendono concessioni demaniali ottenute a canoni irrisori in nome della “tutela del servizio” e della “specificità del territorio”.
I tassisti resistono alle liberalizzazioni agitando la sicurezza dei passeggeri.
Gli ordini professionali mantengono numeri chiusi, tariffe minime e riserve di attività per la “tutela del cliente”.
Proprio come i tipografi veneziani che nel 1586 chiedevano barriere più alte sostenendo che i libri proibiti erano “quasi sempre stampati e venduti da persone fuori dalla nostra corporazione”.
In tutti questi casi un gruppo piccolo e organizzato ottiene un privilegio per legge, ne ricava rendite e ne restituisce una parte alla politica sotto forma di consenso, finanziamenti e sostegno.
I costi sono alti ma sparsi su milioni di consumatori, i benefici concentrati in pochi.
“Produttori radicati sostengono che il mercato o lo Stato stia fallendo e che tutto possa funzionare solo se ottengono privilegi”, sintetizza Ogilvie.
Le sei condizioni
Secondo la storica, le gilde si sono indebolite dove si sono realizzate sei condizioni: parlamenti capaci di limitare la concessione di privilegi, sistemi legali indipendenti, una base fiscale più ampia, mercati finanziari che permettessero allo Stato di finanziarsi senza vendere monopoli, concorrenza tra città e un sistema politico aperto anche agli imprenditori esterni alle corporazioni.
Dove queste condizioni sono arrivate prima, in Paesi Bassi, Belgio e Inghilterra, le gilde hanno perso potere e la crescita ha accelerato.
Dove sono rimaste forti, in Germania, Spagna e Portogallo, la crescita è stata più lenta.
Uno studio di Berger e Jensen su 17 Paesi europei tra il 1750 e il 1914 indica che l’abolizione delle gilde è stata seguita da un miglioramento del Pil pro capite rispetto alle altre nazioni.
Correlazione non significa causalità, avverte Ogilvie, perché i fattori della crescita sono molti.
Ma la lezione resta: le corporazioni non aggiungono benessere, e istituzioni inefficienti possono durare a lungo quando i benefici sono concentrati e i costi dispersi.
Che l’Italia, terra di gilde tra le più longeve d’Europa, sia ancora oggi tra i Paesi più restii a liberalizzare, conclude De Nicola, “non è una coincidenza. È una tradizione”.








