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Pensioni: in 13 anni il ceto medio ha perso oltre 37 mila euro | L’inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Foto: Dataroom e Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Dalla riforma Monti alle ultime manovre: 15 modifiche in trent’anni hanno eroso il potere d’acquisto di 3,3 milioni di pensionati. Con il governo Meloni risparmiati 10 miliardi nel biennio 2023-2024.

Un pensionato che oggi percepisce un assegno di 2.826 euro lordi al mese, pari a 1.917 euro netti, tra il 2012 e il 2025 ha lasciato per strada 37.498 euro lordi.

Non si tratta di un caso isolato: nella stessa condizione si trovano circa 3,3 milioni di persone.

È il quadro tracciato dall’inchiesta Dataroom di Milena Gabanelli e Simona Ravizza pubblicata oggi dal Corriere della Sera, realizzata con il supporto del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali presieduto da Alberto Brambilla.

Secondo il centro studi, rientra nel “ceto medio” chi incassa una pensione compresa tra 2.400 e 5.300 euro lordi mensili.

Il meccanismo della perequazione

Fino al 1992, con la scala mobile, salari e pensioni si adeguavano automaticamente al costo della vita.

Abolita la scala mobile con la riforma Amato, dal 1994 le pensioni vengono rivalutate in base all’inflazione: è la cosiddetta perequazione automatica, l’unico strumento che protegge chi non ha più un contratto di lavoro da rinnovare.

Il recupero, però, non è uguale per tutti.

Il parametro di riferimento è il trattamento minimo Inps dell’anno precedente: si può prevedere un adeguamento pieno fino a tre o quattro volte il minimo e percentuali decrescenti sulla parte eccedente (sistema “a scaglioni”), oppure stabilire che chi supera una soglia recuperi solo una parte dell’inflazione sull’intero assegno (sistema “a classi”).

La differenza è sostanziale.

Il blocco del 2012

Nel 1997 la rivalutazione piena si fermava poco oltre i 682 euro lordi; nel 2012 la soglia era salita a 1.405 euro, tre volte il minimo.

Proprio quell’anno il governo Monti bloccò ogni adeguamento oltre tale importo.

Il pensionato preso a esempio dall’inchiesta riceveva allora 2.500 euro lordi (1.674 netti) e per due anni non ha visto alcuna rivalutazione, nonostante i prezzi continuassero a salire.

La Corte costituzionale ha poi dichiarato illegittimo il blocco, ma il ristoro è stato solo parziale: circa il 10% di quanto spettava.

Il sistema a classi

Dal 2014 la rivalutazione riparte, ma con il sistema “a classi”: basta superare di un euro la soglia per vedersi applicare la percentuale ridotta sull’intera pensione.

Per il pensionato in questione, oltre cinque volte il minimo, il recupero si è fermato al 50% dell’inflazione.

E l’effetto si trascina: ogni mancato aumento riduce la base su cui si calcolano gli adeguamenti degli anni successivi, in una perdita che si somma anno dopo anno.

Con il governo Conte II la soglia di recupero pieno sale a circa 2.052 euro lordi nel 2020 e a 2.062 nel 2021, ma il meccanismo resta invariato.

Dal 2022 tornano gli scaglioni.

Nel frattempo il danno è già maturato: tra il 2012 e il 2022 la perdita accumulata, rispetto a una rivalutazione piena, ammonta a 22.979 euro lordi.

La stangata degli ultimi anni

Nel 2023, con l’inflazione in forte crescita, il governo Meloni cambia di nuovo le regole.

Il recupero totale vale fino a 2.102 euro lordi nel 2023 e 2.272 nel 2024; oltre, si torna alle classi.

Il pensionato del ceto medio recupera appena il 53% dell’inflazione sull’intero assegno.

In due anni lo Stato risparmia così complessivamente 10 miliardi di euro.

Nel 2025 tornano gli scaglioni, ma tra il 2023 e il 2025 la perdita aggiuntiva è di 14.519 euro lordi.

Il totale arriva a 37.498 euro.

C’è anche un altro modo per misurare l’impoverimento: nel 2011 i 2.500 euro lordi valevano 5,34 volte il trattamento minimo, nel 2022 i 2.614 euro ne valevano 5,07, oggi i 2.826 euro appena 4,72.

Regole incerte

Dall’analisi emergono due elementi.

Il primo: a recuperare meno dell’inflazione non sono state soltanto le cosiddette “pensioni d’oro”.

Il secondo: in trent’anni il sistema di rivalutazione è stato modificato ben 15 volte.

Secondo l’Ocse, solo cinque Paesi – Austria, Colombia, Italia, Lettonia e Portogallo – garantiscono il recupero completo dei prezzi soltanto sotto determinate soglie; ma mentre Colombia, Lettonia e Portogallo hanno regole stabili, in Italia e Austria i parametri cambiano spesso, tanto che l’Ocse definisce la rivalutazione in questi due Paesi “quasi discrezionale”.

E il problema rischia di aggravarsi.

Dal 2036 tutte le pensioni saranno calcolate esclusivamente con il sistema contributivo: assegni più bassi in partenza, segnati da anni di salari bassi e precarietà.

Se anche la protezione dall’inflazione continuerà a essere ridotta, avvertono Gabanelli e Ravizza sul Corriere della Sera, non si parlerà più di classe media impoverita, ma di povertà conclamata.

L’inchiesta anticipa i temi del libro delle due giornaliste, “La resa dei conti” (Fuoriscena, 240 pagine, 17,90 euro), preordinabile dal 6 ottobre e in libreria dal 20 ottobre.

Le autrici lo presenteranno il 18 ottobre alle 11 al cinema Anteo di Milano.

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