Il monumento di Codogno, per ricordare chi non si arrende e non dimentica

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Cothoneum. Un nome che non ricorda nulla. Eppure è il seme linguistico da cui nasce il nome di Codogno. E qui l’evocazione si fa dirompente e porta agli inizi di una vicenda che coinvolge le nostre vite. A volte le travolge.

Ma disancoriamo questo comune dalla pandemia.

La sua ubicazione è nella provincia di Lodi, diventata tale dal 1992. Infatti dapprima Codogno era provincia di Milano, da cui dista circa 60 chilometri stradali. Gli abitanti sono circa 15.000, rimasti costanti dall’Unità d’Italia ed è un paese che vive prevalentemente di agricoltura, nella sua forma più avanzata. Ma a renderlo particolare è la sua produzione casearia lattiera, in particolar modo il formaggio grana. Non a caso ivi sorse, nel 1870, la storica Polenghi Lombardo.

Nell’istruzione si avvale del liceo classico e scientifico, nonché del linguistico e di vari istituti tecnici. Ha un museo, una biblioteca, una pinacoteca, una stazione ferroviaria ed è nei pressi dell’autostrada A1.

Ed ora torniamo a Cothoneum. Tale nome deriva, secondo la tesi più accreditata, da un console che l’ebbe vinta sui Galli. Ma quelli Insubri, che popolavano il territorio detto Gallia Cisalpina. Poi vennero le invasioni dei popoli oltre il Limes, comunemente detti barbari. 

Si parla per la prima volta di Codogno solo a ridosso dell’anno mille, quando venne citato in un documento di Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero. Esso è citato come feudo in molti documenti, sino a quando nel 1453, il condottiero Francesco Sforza, primo duca di Milano, non concedette il titolo di borgo.

Forse ciò avvenne per una tendenza all’autonomia di Codogno. Infatti esso  aveva una propria economia, che ne faceva un centro di riferimento per un ampio territorio.

Il paese, però, era in un luogo non favorevole. Infatti le frizioni tra Francia e Spagna, per contendersi l’Italia, davano sfogo a battaglie, specialmente in Lombardia. Quindi Codogno fu teatro di tali cruenti scontri. Una volta il duca di Borbone lo saccheggiò al suo passaggio.

Codogno tramite la via fluviale del Po ebbe grande confidenza commerciale con la città di Piacenza, da cui prese parte del suo stemma, ossia la lupa piacentina, in onore della prolifica città dell’Emilia Romagna.

Purtroppo subì, come tutta l’Italia, varie ondate di pestilenza. Quella del 1475-1486, quella del 1629-1630, dovuta al passaggio delle truppe del generale von Aldrigen e del 1639, quando fu occupata dai Lanzichenecchi.

Aderente a ciò che avvenne a Milano e in tutta la sua area.

La storia del comune proseguì senza avvenimenti di particolare rilievo. Ma nel contempo iniziò un periodo di sviluppo economico legato all’industria del lino e della seta. E quando vi fu il Risorgimento e la Prima e Seconda guerra mondiale, la terra di Codogno diede il suo tributo di sangue.

Nel XIX secolo, il borgo era il quarto per abitanti del vecchio perimetro della provincia di Milano. Seguiva solo Monza e Lodi. Poi con il tempo è stato sopravanzato dalle grandi realtà confinanti con la metropoli lombarda.

Dopo brevi cenni di storia e indicazioni sul comune, introduciamo il motivo per cui Codogno è diventato emblema per l’Italia e per parte del mondo. È stato infatti colpito per primo dall’epidemia del covid e con una virulenza inaudita.

È inutile scrivere di vicende che ormai fanno parte del patrimonio collettivo del sapere. Ma va segnalato che qualche giorno fa, si è evocato il tributo che Codogno ha pagato a questo virus pandemico.

Si è percepita, infatti, l’esigenza di erigere un monumento dedicato alle vittime. Al centro dell’area scelta, sono state sistemate tre piastre d’acciaio che evocano Codogno e due sue frazioni. Luoghi dove un anno fa venne individuato il “paziente 1”.

Nello spazio, è stato posto un melo cotogno, che è il simbolo del comune.

A tale manifestazione erano presenti organi di stampa di tutto il mondo. Ventidue televisioni tra cui quella autraliana e giapponese.

Oltre al sindaco è intervenuto il governatore della Lombardia Fontana, che ha dichiarato: “Credo che questo memoriale debba avere la capacità di evocare tutte le forze migliori della nostra Lombardia e l’amore per la vita e la comunità”.

Ha fatto seguito monsignor Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi, che ha ricordato la prova di solidarietà dei cittadini, dei volontari e il sacrificio di tutto il personale medico, per una lotta definita senza tempo. Per Malvestiti il monumento rappresenta la ripartenza e un inizio del percorso della guarigione.

Ad un anno dall’inizio della pandemia, questa evocazione e questo monumento hanno tutta la carica di chi non si arrende e non dimentica.

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