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Generale Masiello: “In Ucraina si combatte su tre fronti, e su due di questi tre l’Italia è già in guerra” | L’intervento

Il Generale Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, ha partecipato in qualità di relatore agli Stati Generali della Ripartenza 2025 “Insieme per far crescere l’Italia”, organizzati a Bologna dal 27 al 29 novembre 2025 dall’Osservatorio economico e sociale “Riparte l’Italia”.

Il Generale ha effettuato il suo intervento nel panel “Gli scenari geopolitici e le crisi internazionali in atto“, di cui riportiamo interamente il testo.

In assoluto grazie per l’invito, grazie dell’opportunità che mi è offerta di dare un contributo tecnico a questa discussione. Come diceva il senatore Alfieri, è finito il tempo della preoccupazione, bisogna cominciare a occuparsene. Da come avete capito dal video è già un po’ che noi abbiamo iniziato ad occuparcene.

Io proverò a sintetizzare in pochi minuti un discorso che è abbastanza complesso per renderlo intellegibile ai non addetti ai lavori. Molto semplicemente, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, è iniziato un periodo di pace, durato quasi 30 anni, in cui le forze armate sono state impegnate essenzialmente nelle operazioni di supporto alla pace. Sono delle operazioni che richiedono dei dispositivi militari strutturati in una determinata maniera, soprattutto più piccoli e con dei mezzi idonei a quei tipi di operazioni che sono completamente diversi dai mezzi che servono per condurre la guerra.

Sgombro subito il campo dal punto di vista della dimensione, perché negli anni 2000 a un certo punto sono scomparsi i soldati, e in effetti così è successo, perché la Germania prima, la Francia dopo e poi l’Italia hanno sospeso o annullato la leva. Questo ha fatto sì che il problema della risoluzione delle crisi fosse relegato a un manipolo di professionisti che era lì e si doveva occupare di queste cose, ma noi non ne vogliamo sapere. Quindi abbiamo allontanato dall’opinione pubblica il discorso delle operazioni, il discorso della guerra, ricordandoci dei militari solamente quando rientravano le bare dall’Afghanistan o dall’Iraq, e quindi ci sono anche questi che stanno lavorando per mantenere la pace nel mondo.

Questa è stata la prima cosa, oggi ci troviamo invece a dover rivedere tutto questo paradigma. Io partirei dal caso ucraino, perché è quello più emblematico, dove per gli addetti ai lavori che studiano queste cose tutti i giorni è abbastanza evidente che si combatte una guerra tutta particolare, anzi si combattono tre tipi di guerra. In Ucraina si combatte una guerra di tipo convenzionale, quella fatta di carri armati, quella fatta di artiglieria, quella fatta da trincee e di campi minati.

Carri armati, artiglierie, armi contraeree sono cose che per trent’anni sono state completamente dimenticate e sono state completamente ipofinanziate se non “non finanziate”, perché non servivano nelle operazioni di pace, per fare il primo esempio. Le trincee sono cose della prima guerra mondiale, anche noi le avevamo dimenticate, quando dico noi non mi riferisco solo all’esercito italiano ma a tutti gli eserciti occidentali, perché sembrava che fosse una cosa ormai di un secolo fa, invece abbiamo dovuto ricominciare ad addestrarci al combattimento nelle trincee, abbiamo dovuto ricominciare a insegnare ai nostri soldati come si realizza una trincea, eccetera, eccetera. Questa è la parte convenzionale, però ci sono altri due tipi di guerra che si combattono in Ucraina.

In Ucraina c’è una guerra tecnologica che sintetizza la guerra cibernetica e la guerra dei droni, giusto per dare due esempi, e poi c’è la guerra della disinformazione, che particolarmente il problema è stato sollevato recentemente dal Ministro della Difesa, onorevole Crosetto. Ecco, ciò su cui io vorrei porre l’attenzione, perché evidentemente non ce n’è abbastanza in questo Paese, è che su questi due tipi di guerra noi siamo già in guerra, perché sulla guerra tecnologica, quindi la guerra cibernetica e la guerra dei droni l’Europa è già in guerra, perché gli attacchi cyber sono quotidiani, l’Italia è uno dei Paesi più esposti ad attacchi cyber, poi noi li chiamiamo reati per una questione politica, ma in effetti di attacchi si tratta, a tutti gli effetti.

E siamo in guerra nel dominio della disinformazione, perché siamo continuamente sottoposti a manipolazioni informative, non soltanto sui social, a azioni da parte probabilmente russa, con i droni, che in tutta Europa stanno creando problemi, e tutto questo serve a destabilizzare l’opinione pubblica, e dove non c’è un’opinione pubblica informata, che sappia chiaramente cosa vuol dire cultura della difesa, beh lì ovviamente i russi ci vanno a nozze, e quello diventa il ventre molle di tutta l’Alleanza, e su quello quindi bisogna lavorare, ed è il motivo per cui io partecipo a questi eventi, cercando di far comprendere qual è veramente la situazione.

Come si attrezza l’esercito italiano? Siamo in piena innovazione tra ogni settore, rivoluzione in altra, perché è proprio una fase di rivoluzione degli affari militari, adesso non c’è il tempo di parlare di innovazioni strutturali, che ovviamente sono già state compiute per rendere l’esercito più efficace a far fronte ai nuovi compiti.

Io vorrei solamente soffermarmi su due innovazioni, due tipi di innovazioni, la prima che è una rivoluzione della tecnologica, e la seconda è quella culturale. Per quanto riguarda l’innovazione o la rivoluzione tecnologica, è chiaro che è cambiato completamente lo scenario, l’esercito che una volta era solamente zaini e scarponi ha dovuto rivedersi, ristrutturarsi e pensare che senza la tecnologia non si va avanti. Se pensiamo solamente alla problematica dei droni, i droni sono qualcosa che è apparso sul campo di battaglia ucraina con una violenza che non ci aspettavamo.

I numeri, per parlare qualche minuto dei droni, l’Ucraina produce 4 milioni di droni l’anno, quindi potete capire che cosa sta succedendo. Questi oggetti saranno il centro delle guerre future. Noi ci stiamo attrezzando con molte difficoltà per diversi motivi.

Il primo è che la vita tecnologica di un drone, giusto per far comprendere quello che succede negli Stati Maggiori, la vita tecnologica di un drone in Ucraina oggi è di un paio di mesi, dopo due mesi è già superato perché si è già trovato una maniera per contrastarlo. Per fare un esempio, quando è iniziato il conflitto i primi droni erano a guida GPS, poi si è trovato subito il modo di contrastarli, quindi si è passato a una guida in cui il drone si agganciava alle celle telefoniche e anche lì si è trovato il modo, si spengono le celle, si fa attività nello spettro elettromagnetico. Allora si è pensato che visto che c’è questa attività elettromagnetica che impedisce ai droni di volare, utilizziamo i droni a fibra ottica e quindi, l’avrete probabilmente letto sui giornali, i russi hanno cominciato a usare droni che volavano con una fibra ottica di 30-40 chilometri, che è ovviamente insensibile all’attività di guerra elettronica, ma anche questo è stato superato con delle contromissure e oggi i droni sono con l’intelligenza artificiale, per cui si approcciano a reti neurali, hanno tutto in memoria ed è difficilissimo contrastarli.

Questo è lo scenario che viviamo. C’è poi il problema degli sciami di droni, quindi centinaia di droni che si muovono coordinati da dei droni chiamati master, difficilissimi da individuare, che costituiscono la minaccia peggiore, eccetera. Questo è quello che viviamo.

Ora in guerra è tutto più semplice. Per noi che non siamo in guerra, in pace, non è altrettanto semplice, anche perché io non posso comprare centomila droni e darli all’esercito, perché questi centomila droni fra qualche mese saranno assolutamente inutili, perché saranno superati tecnologicamente e quindi devo trovare altre strade. Una strada è quella di addestrare più soldati possibili a utilizzare i droni, sperando che non serva mai questa loro capacità, un’altra strada è prendere capacità in un numero limitato, ma per creare la forma mentis nei nostri militari del combattimento dei droni.

E questo è solamente un esempio di quello che succede dal punto di vista tecnologico nella guerra dei droni. Qualcuno ieri sera mi chiedeva, sicuramente qualcuno se lo sta domandando, ma allora come faremo, come si possono contrastare questi droni? Beh c’è tutto un sistema complesso e articolato che viene usato in Ucraina per contrastare questa minaccia, ma il futuro a tendere, e di questo sono abbastanza ragionemente convinto, saranno che i droni si contrasteranno solamente con altri droni, quindi siamo arrivati alla guerra fra robot, di cui qualche decennio fa leggevamo nei libri di fantascienza, ma ormai ci siamo, e non soltanto i droni aerei, ma anche i droni terrestri, i droni navali, eccetera, eccetera. E questa è la parte tecnologica.

Dal punto di vista culturale, la questione riguarda il rapporto tra l’esercito e l’opinione pubblica. Prima se devo parlare di guerra, il fatto di aver fatto scomparire i soldati, aver delegato i professionisti, ha rinforzato nella mentalità dell’opinione pubblica che la guerra sia un problema dei militari, e purtroppo la guerra non è un problema dei militari, o meglio, non è un problema solo dei militari, ce lo ricorda la Costituzione, che ci dice che la difesa della patria è dovere di ogni cittadino, non dice di ogni militare. Se i militari vanno in guerra, è l’Italia che va in guerra, perché non è ipotizzabile che questa funzione possa essere delegata, e quindi su questo l’opinione pubblica deve riflettere.

Vengo a conclusioni, anche perché la situazione, e l’ho evidenziato, è particolarmente critica. Un dato, luglio di quest’anno, sondaggio Censis, gli italiani in guerra, un campione di persone fra i 19 e i 45 anni, cosa fareste se l’Italia fosse attaccata e dovesse andare in guerra? Il 40 per cento si direbbe pacifista, dice non voglio avere nulla a che vedere, quindi non ne voglio sapere nulla, il 20 per cento scapperebbe dall’Italia, il 25 per cento delegherebbe ai mercenari la difesa del proprio paese e solo il 15 per cento si batterebbe per la difesa del proprio paese. Quando sento queste cifre, mi dico cosa è rimasto di quell’Italia che qualche decennio dopo che si era unita, si è trovata a combattere sulle trincee del Carso e lì i giovani che sono morti sono 650 mila, ricordo, per difendere questo paese.

Abbiamo dilapidato un tesoro che avevamo e su questo va avviata una riflessione seria, una riflessione tecnica per quello che mi riguarda, ma che ovviamente deve coinvolgere la politica con tutto quello che ne consegue. E non sono tempi semplici e faccio un esempio perché mi trovo a Bologna e chiudo e lo voglio dire perché è una cosa che mi ha sorpreso e deluso. Per creare un pensiero laterale nell’esercito tra i miei ufficiali, per dare la possibilità di pensare in maniera differente e uscire dallo stereotipo del marmittone o della sindrome da caserma, ho deciso di avviare un corso di laurea in filosofia per i miei giovani ufficiali e ho chiesto all’Università di Bologna di avviare un corso di laurea in filosofia tra i 10 e i 15 miei ufficiali.

Militarizzazione dell’Università non si fa, quindi non hanno voluto avviare questo corso di filosofia per timore di militarizzare la facoltà. Chiaramente non posso giudicare le scelte che competono altre istituzioni, però rappresento che un’istituzione come l’esercito non è stata ammessa all’Università e questo è sintomatico dei tempi che viviamo e di quanta strada c’è da percorrere perché la nostra opinione pubblica in generale e i giovani in particolare capiscano qual è la funzione delle forze armate nel mondo che stiamo vivendo.

Per rivedere il confronto relativo all’intero panel, clicca al link sottostante.

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