L’occupazione cresce, i contratti stabili aumentano, ma la povertà resta lì.
Un operaio su sette vive in una famiglia che non riesce a permettersi l’essenziale.
E nelle mense della Caritas, accanto ai disoccupati, si mettono in fila sempre più persone che uno stipendio ce l’hanno.
Per decenni il lavoro è stato considerato l’antidoto più sicuro contro la povertà.
I numeri degli ultimi mesi raccontano un’altra storia.
Secondo il rapporto “La povertà in Italia” pubblicato dall’Istat il 15 ottobre, nel 2025 vivevano in povertà assoluta oltre 2,1 milioni di famiglie, l’8% del totale, per circa 5,4 milioni di persone, il 9,3% dei residenti.
Un dato in lieve calo rispetto al 2024 (9,8%), ma che l’istituto di statistica considera sostanzialmente stabile.
E che, soprattutto, non risparmia chi lavora.
Tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge l’8,5%, sopra la media nazionale.
Sale al 14,3% quando il capofamiglia è un operaio o un lavoratore assimilato, contro il 3,6% di dirigenti, quadri e impiegati.
Il dato degli operai è in calo rispetto al 15,6% del 2024, come ha sottolineato l’ANSA, ma resta circa il doppio della media degli occupati.
Come ha osservato La Stampa commentando i dati Istat, benché il rischio sia molto più alto per chi cerca lavoro (20,7%), nella maggioranza delle famiglie povere la persona di riferimento è occupata.
Il paradosso della crescita
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre il mercato del lavoro migliora.
Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat registra 15,7 milioni di occupati con contratti standard, 2,3 milioni in più rispetto al 2019, mentre i lavoratori “vulnerabili” – a termine o in part-time involontario – sono scesi di quasi un milione.
Restano però oltre 4 milioni, il 17% degli occupati, con punte del 23% tra le donne e oltre il 30% tra i giovani di 15-34 anni.
C’è poi un secondo indicatore, quello della povertà lavorativa relativa, che misura chi lavora per più di metà dell’anno ma vive in una famiglia con un reddito sotto il 60% della mediana.
Secondo il report Istat “Condizioni di vita e reddito delle famiglie”, nel 2025 era a rischio il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, praticamente lo stesso valore del 2024 (10,3%).
Nel Rapporto SDGs 2026 l’Istat traduce la percentuale in persone: circa 2,5 milioni di lavoratori, quasi due punti sopra la media europea.
Il confronto è con l’8,2% calcolato da Eurostat per l’Unione europea nel 2024.
La tendenza, peraltro, colpisce soprattutto i più giovani.
Un’analisi pubblicata dalla rivista Eco stima che tra i dipendenti la quota di lavoratori poveri sia cresciuta del 10% tra il 2021 e il 2024, e che tra i 20-29enni la percentuale a rischio di povertà sia aumentata del 50% in tre anni.
Salari bassi, contratti spezzati
Perché il lavoro non protegge più?
La risposta, secondo gli studi di settore, sta meno nel salario orario e più nella quantità e nella continuità del lavoro.
Un approfondimento della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro di giugno 2026 indica che quasi il 48% dei dipendenti del settore privato guadagna meno di 20mila euro lordi l’anno, ma la quota scende al 27% tra chi lavora a tempo pieno per tutto l’anno.
Oltre il 70% dei working poor, sostiene la Fondazione, si concentra tra chi non ha un impiego continuativo e full time: part-time, stagionali, intermittenti.
I settori a più alta intensità di lavoro discontinuo sono quelli dove il fenomeno esplode.
Il Focus sul lavoro povero della Filcams Cgil, basato su dati Inps relativi a circa 6,3 milioni di lavoratori di terziario, turismo e servizi, calcola che il 47,5% guadagna 13.950 euro l’anno o meno, poco più di mille euro al mese.
Nel turismo la quota arriva al 71,2%, con un divario di genere di oltre otto punti: 66,7% tra gli uomini, 75,3% tra le donne.
C’è infine la questione della famiglia.
Essere un lavoratore a basso reddito ed essere un lavoratore povero non sono la stessa cosa: il secondo indicatore guarda alle risorse dell’intero nucleo.
Un’inchiesta di Italia Informa ricorda, su dati Istat, che tra chi ha un reddito da lavoro basso il 36,6% è anche a rischio di povertà lavorativa.
Pesa il modello monoreddito: secondo i dati Istat, è in povertà assoluta il 16,9% delle famiglie con tre o più figli, quelle in cui, come rileva La Stampa, il carico di cura impedisce più spesso alle madri di lavorare.
Le fratture del Paese
La povertà lavorativa ha una geografia precisa.
La Svimez, nel suo Rapporto 2025, stima l’indicatore di in-work poverty al 19,4% nel Mezzogiorno nel 2024, in aumento rispetto al 18,9% dell’anno precedente, contro il 6,9% del Centro-Nord.
Nel Sud, secondo l’Istat, è in povertà relativa il 25% delle famiglie con un operaio come persona di riferimento.
Poi c’è la cittadinanza.
Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza della povertà assoluta è del 4,4% se sono composte solo da italiani e del 26,7% se c’è almeno uno straniero.
E c’è la casa: tra le famiglie in affitto è povera in senso assoluto una su cinque (20,9%), contro il 4,5% dei proprietari, secondo lo stesso rapporto Istat.
La fila alla Caritas
I numeri statistici trovano conferma nei centri di ascolto.
Il Report statistico nazionale 2026 di Caritas Italiana segnala che, se quasi la metà degli assistiti (47,3%) è disoccupata, il 24% ha un’occupazione che non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente.
La quota sale al 31,7% tra i 35-44enni e al 31% tra i 45-54enni.
Dieci anni fa gli occupati rappresentavano appena il 13,3% delle persone aiutate.
Non sono più solo gli esclusi dal mercato del lavoro a chiedere aiuto, ma persone nel pieno dell’età lavorativa, spesso con figli.
Una questione politica
Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui la crescita dell’occupazione non si traduce automaticamente in benessere.
La quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6% nel 2025, segnala l’Istat, soprattutto grazie alla riduzione delle famiglie a bassa intensità di lavoro.
Ma il rischio di povertà in senso stretto resta, secondo il Rapporto annuale, vicino ai massimi storici: quasi 11 milioni di persone, il 18,6% della popolazione.
Il dibattito sulle soluzioni – salario minimo, rinnovi contrattuali, lotta al part-time involontario, sostegno alle famiglie monoreddito, politiche abitative – resta aperto.
Ma i dati indicano con chiarezza un punto: in Italia avere un lavoro è condizione necessaria, non più sufficiente, per uscire dalla povertà.
Conta quanto si lavora, con quale contratto, in quale settore, in quale parte del Paese e con quante persone a carico.
Ed è su queste variabili che si gioca, oggi, la differenza tra chi ce la fa e chi, pur alzandosi ogni mattina per andare al lavoro, resta indietro.
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