Si discute di numeri e di nomi a Bruxelles. Ma – osserva sul Messaggero Ferdinando Adornato – non è facile il compito di decidere le nuove leadership. I capi di Stato e di governo hanno, infatti, di fronte a loro due strade. La prima (la più semplice) è quella di attenersi ai confini della vecchia maggioranza parlamentare che, al netto del rischio dei “franchi tiratori”, potrebbe e dovrebbe ancora reggere. La seconda (più corretta ma più complicata) è quella di provare a tener conto delle novità emerse dal voto. Ebbene se si scegliesse quest’ultima strada probabilmente si scoprirebbe che la “nuova Europa” uscita dalle urne non corrisponde più del tutto alle sigle delle vecchie famiglie politiche.
A ben vedere, infatti, nel vecchio Continente si va affermando una sorta di inedito bipolarismo politico-culturale: un grande “partito dei valori” contrapposto a un altrettanto grande “partito dei diritti”. Due partiti visibilmente trasversali. Non solo e non tanto nelle classi dirigenti, quanto, soprattutto, nelle opinioni pubbliche. Il primo coinvolge la destra nelle sue varie declinazioni e buona parte dell’elettorato dei popolari. Il secondo mette insieme socialisti, liberali, verdi lambendo anch’esso settori di area popolare. In questo quadro appare evidente come, a Bruxelles, mai come in queste ore, la parola decisiva diventa “mediazione”.
E si tratta di un’opera che spetta principalmente al Partito popolare e alla von der Leyen. Non solo perché è il partito che ha “vinto”, ma anche perché è l’unica forza politica attraversata da entrambi gli schieramenti trasversali. Il compito è chiaro: trovare una sintesi tra la parte moderata del “partito dei valori” e i settori più ragionevoli del “partito dei diritti”, isolando ogni estremismo. Il che significa trovare su ogni tema, dall’immigrazione al Green Deal, dall’intelligenza artificiale alla sicurezza, dai valori ai diritti, l’equilibrio necessario a guidare l’Europa verso il futuro.
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