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La recessione globale è sempre più improbabile, ma il taglio dei tassi è rimandato

Se da un lato la forza dell’economia rende sempre più improbabile una recessione globale, dall’altro i consistenti stimoli fiscali, la solidità dei mercati del lavoro e le incertezze geopolitiche potrebbero compromettere il processo disinflazionistico nel medio periodo.

Lo sottolinea Michael Blumke, portfolio manager di Ethenea Independent Investors, suggerendo che nei prossimi mesi le banche centrali cominceranno a ridurre i tassi di riferimento, ma lo faranno più lentamente e gradualmente di quanto i mercati abbiano finora previsto.

FORZA ECONOMIA METTE FED DI FRONTE A DILEMMA TAGLI

“Negli Stati Uniti, il trend disinflazionistico perde vigore ma resta finora intatto.

Siamo tuttavia convinti che il mercato sbagli ad attendersi un taglio dei tassi già a marzo e che ulteriori dati economici positivi getteranno un’ombra sulle aspettative ottimistiche di un allentamento monetario”, spiega Blumke.

Con un aumento del Pil del 3,3% nel quarto trimestre, gli Stati Uniti hanno ancora una volta sorpreso i mercati in positivo, segnalando una crescita della congiuntura su ritmi che non si vedevano da sette mesi, grazie in particolare all’elevato numero di ordinativi.

Nel frattempo, anche le prospettive del primo trimestre fanno prevedere una robusta espansione.

In effetti, sebbene l’attività industriale abbia registrato una certa stagnazione, il sentiment dei consumatori è decisamente migliorato, con la crescita economica che continua a beneficiare delle solide vendite al dettaglio.

Prosegue anche il processo di normalizzazione del mercato del lavoro, mentre l’immobiliare è sostenuto dal ribasso dei tassi ipotecari e dovrebbe quindi mostrare un miglioramento nei prossimi mesi.

Sul fronte dell’inflazione, invece, se da un lato l’indice dei prezzi al consumo è salito al 3,4% segnalando pressioni al rialzo sui prezzi, dall’altro i dati sulla spesa per consumi personali sono stati più incoraggianti, con il deflatore core che è sceso al di sotto del 3%.

In questo contesto però, la solidità del mercato del lavoro, i consumi robusti e gli ulteriori stimoli fiscali in vista delle elezioni presidenziali di novembre determineranno probabilmente il prolungamento del ciclo disinflazionistico, rendendo più difficile un rapido ritorno all’obiettivo di inflazione del 2%.

Di conseguenza la Federal Reserve dovrebbe ancora attendere il pieno dispiegarsi degli effetti della sua campagna di inasprimento prima di poter procedere con un taglio dei tassi di interesse.

Ma la Banca centrale statunitense resta comunque alle prese con un dilemma, poiché una reazione troppo tardiva rischierebbe, in primo luogo, di causare un eccessivo rallentamento economico e, in secondo luogo, di far apparire l’Istituto come politicamente motivato in vista delle elezioni.

PROSSIME DECISIONI BECE DIPENDERANNO DA DATI

Anche “nell’Eurozona i dati macroeconomici fanno presagire una stabilizzazione dell’economia fino a metà anno e gli spread dei titoli di Stato non danno adito a timori di frammentazione, pertanto nemmeno qui vediamo motivi per cui la Banca centrale europea dovrebbe agire frettolosamente”, aggiunge Blumke.

I dati del quarto trimestre provenienti dall’area euro restano deboli.

Nella seconda metà del 2023, l’economia della regione è scivolata in una recessione tecnica, ma i numeri disponibili inducono a pensare che il peggio sia passato.

La crescita dovrebbe rimanere debole anche nella prima metà del 2024, ma senza sfociare in una grave recessione.

Nel mercato del lavoro, intanto, a dicembre la disoccupazione nell’Eurozona è scesa al 6,4%, un livello mai registrato prima.

Inoltre, a differenza degli Stati Uniti, a gennaio la fiducia dei consumatori dell’area euro è scesa ulteriormente e a fine 2023 le vendite al dettaglio si sono ridotte ancora di più.

L’aumento dei salari reali e la disoccupazione ai minimi storici dovrebbero tuttavia sostenere la domanda privata nei prossimi mesi, che insieme ai crescenti costi del lavoro rischia di rendere più vischiosa l’inflazione, impedendo un rapido processo disinflazionistico.

Nel frattempo la debolezza della domanda globale sta creando problemi a Paesi e a settori orientati alle esportazioni, con il manifatturiero tedesco in testa tra i comparti più colpiti.

Anche gli ordini in entrata e la produzione nel settore industriale hanno subito un’ulteriore contrazione.

In questo contesto l’indagine della Bce sull’erogazione del credito mostra condizioni di prestito ancora tese, ma indica anche che il picco dell’inasprimento è ormai alle spalle.

Con l’inflazione core ancora nettamente al di sopra dell’obiettivo, l’Istituto di Francoforte probabilmente manterrà un atteggiamento dipendente dai dati, attendendo di vedere gli sviluppi dei prossimi mesi prima di procedere con un taglio dei tassi di interesse.

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