La maggioranza – commenta su Repubblica Michele Ainis – consegna al Paese la più inattesa delle riforme: ferma l’autonomia differenziata, bloccato il premierato, arriva una nuova giustizia.
Nulla di male, se non fosse che tocca le regole del gioco, i fondamenti costituzionali della convivenza democratica.
E poiché in primavera saremo chiamati a esprimerci con un referendum: conviene analizzarla con calma.
Il metodo, innanzitutto, è pessimo.
La riforma nasce in una riunione di quaranta minuti tra otto persone e passa in Consiglio dei ministri senza discussione.
Calamandrei diceva che il governo deve restare estraneo ai progetti costituzionali, ma oggi il Parlamento si limita a ratificare: quattro votazioni identiche, nessuna modifica, opposizione zittita con la tecnica del “canguro”, protesta di Csm e Anm rimane inascoltata.
L’opposto dello spirito costituente, fondato sul dialogo e sul compromesso.
Sul merito, il confronto è avvelenato: Forza Italia la celebra come eredità berlusconiana, la premier la rivendica come risposta ai “bavagli” dei magistrati.
Ma una riforma usata per punire il contropotere giudiziario è già sospetta.
Eppure anche da sinistra giungono aperture: Di Pietro, Bettini, De Luca e altri si dicono favorevoli, mentre il presidente del Senato La Russa manifesta dubbi.
In realtà, la separazione delle carriere è quasi già in atto: dopo la legge Cartabia solo l’1% dei magistrati cambia funzione.
Il nuovo testo rafforza la terzietà del giudice, principio introdotto dal centrosinistra nel 1999.
La vera novità è altrove: il sorteggio dei membri del Csm e dell’Alta Corte disciplinare, presentato come antidoto alle correnti.
Lo strumento non è antidemocratico – l’Atene classica e la stessa Costituzione ne conoscono l’uso – ma pone interrogativi gravi.
Chi saranno i sorteggiabili?
Verranno garantiti equilibrio territoriale e parità di genere?
Il ministro della Giustizia avrà il monopolio dell’azione disciplinare?
E soprattutto: perché privare totalmente i magistrati del diritto di eleggere i propri rappresentanti, invece di limitarne solo in parte la scelta?
Una riforma così radicale sembra più una punizione che una cura.
Ma, ammoniva Maometto, “le azioni saranno giudicate secondo le intenzioni”.








