[Intervista esclusiva] Claudio De Vincenti (Professore Economia Politica): «La rete unica può essere un’opportunità. Next Generation EU è un’occasione straordinaria per ricostruire le prospettive di crescita dell’economia italiana e non possiamo sprecarla»

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Il Think tank Magazine dell’Osservatorio “Riparte l’Italia” ha intervistato Claudio De Vincenti, Professore di Economia Politica all’Università di Roma “La Sapienza”, già Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno

Professore, nell’arco di pochi anni l’idea di politica industriale e l’ampiezza degli strumenti considerati legittimi si è ampliata notevolmente. Lei ritiene che queste evoluzioni siano positive e, nel caso, in che senso?

Sì, nel senso che trovo del tutto legittimo che l’intervento pubblico nell’economia cerchi di tradurre le scelte collettive elaborate attraverso le istituzioni democratiche in convenienze di mercato che orientino l’allocazione delle risorse che il mercato stesso, attraverso l’agire degli operatori, realizza. Ma in questa riscoperta della politica industriale non dobbiamo dimenticare la lezione che ci viene dalla crisi dell’intervento pubblico a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del ‘900: la deriva che in quel periodo portò a programmare investimenti fuori mercato e a piegare le partecipazioni statali a una funzione impropria di ammortizzatore sociale contribuì alla crisi della finanza pubblica e all’indebolimento proprio della capacità di guida dei processi economici da parte dell’intervento pubblico.

Oggi dobbiamo fare tesoro degli avanzamenti degli ultimi trent’anni in materia di concorrenza e regolazione dei mercati: le scelte di politica industriale possono dare i frutti desiderati solo se si collocano sul terreno delle corrette regole di mercato, che sono a loro volta definite dalle autorità pubbliche. Stiamo parlando di due anime complementari e ambedue essenziali dell’intervento pubblico nell’economia: quella che stabilisce le regole per il miglior funzionamento dei mercati e quella che, nel quadro di quelle stesse regole, traduce in convenienze per gli operatori le scelte collettive sull’allocazione delle risorse.

Il ruolo di CDP sembra espandersi senza sosta. Che tipo di rapporto crede debba instaurarsi tra il potere politico e CDP considerando i mezzi sempre più ingenti che CDP mobilita su programmi pubblici?

Il potere politico deve avere consapevolezza che una Cassa Depositi e Prestiti che non agisse in base a criteri imprenditoriali di mercato non servirebbe a nulla, semplicemente disperderebbe in iniziative senza futuro il risparmio dei cittadini italiani che affluisce a CDP attraverso la raccolta postale. Se vogliamo che la Cassa faccia realmente la sua parte nella ricostruzione oggi necessaria delle basi strutturali della crescita italiana, dobbiamo rispettare l’orientamento al mercato stabilito dalla normativa e dallo statuto di CDP: al Governo, in quanto azionista di riferimento della Cassa, il potere di fissare gli indirizzi riguardo alle priorità di sviluppo del Paese, ma al management di Cassa la piena autonomia nel tradurre quegli indirizzi generali in scelte imprenditoriali di finanziamento delle iniziative che abbiano sostenibilità economica presente e prospettica.

Una vicenda su cui in effetti il ruolo dei poteri pubblici e quello dei privati e di CDP si sono intrecciati è quella della rete unica in fibra per le TLC. Lei ritiene che la fusione delle reti sia nell’interesse della collettività e se sì, in che maniera andrebbe realizzata?

La rete unica può essere una opportunità per il Paese se consente di evitare duplicazioni non necessarie dell’infrastruttura in fibra e può rivelarsi superiore alla concorrenza tra operatori dotati ognuno della propria rete se viene garantita la terzietà della rete e quindi la sua utilizzabilità alla pari da parte di tutti gli operatori che offrono servizi in concorrenza tra loro. A questo fine è essenziale che la società della rete non sia verticalmente integrata all’interno dell’operatore di servizi dominante e quindi che sia completamente separata e indipendente da TIM.

Altrimenti, rispetto a un monopolio verticalmente integrato, meglio la concorrenza tra infrastrutture alternative: non bisogna dimenticare che solo grazie al fatto che il Governo Renzi varò nel 2015 il Piano Banda Ultralarga dando prospettive di sviluppo al mercato e rendendo conveniente la nascita di un altro operatore di rete, cioè Open Fiber, finalmente anche TIM, dopo anni di ritardi, decise di investire sulla fibra.

Questo della rete unica è un ottimo esempio di quanto dicevo all’inizio: per ottenere i risultati desiderati, la politica industriale deve sapersi muovere nel quadro delle regole di concorrenza.

Il suo incarico più recente è stato quello di Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno. Durante la sua durata sono state messe in campo politiche che ancora occupano l’agenda di tutte le discussioni sulla coesione, dal potenziamento del Credito d’imposta Sud a Resto al Sud, dalle Zone economiche Speciali ai Fondi di finanza alternativa specializzati sul Mezzogiorno. Ritiene che quelle iniziative siano state realizzate in maniera soddisfacente? In caso contrario cosa avete sbagliato o cosa è andato storto?

Quelle politiche volevano essere l’avvio di un percorso in cui la politica industriale investiva sulle capacità di iniziativa della società civile del Mezzogiorno, dei suoi imprenditori e dei suoi giovani. Il riscontro è stato molto positivo: il Credito d’imposta, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Economia, ha generato oltre 8 miliardi di investimenti privati sulla base di una dotazione di 2,4 miliardi; a sua volta, a oggi le domande di giovani meridionali che vogliono utilizzare Resto al Sud per fare impresa sono state circa 14 mila (e altre 16 mila sono in compilazione), di cui 6 mila già approvate e finanziate per un’occupazione di 3-4 giovani per iniziativa.

Il Fondo di investimento per la crescita dimensionale delle imprese meridionali è stato invece bloccato dal Governo giallo-verde ma per fortuna riavviato dall’attuale Governo: spero che presto diventi operativo. Le Zone Economiche Speciali sono purtroppo ferme: l’attuale Governo ha introdotto un anno la figura di un Commissario per ogni ZES, ma poi a lungo non ha proceduto alle nomine (di recente finalmente è stato nominato il Commissario per la ZES calabrese) e questo ha finito per bloccare il processo. Spero si acceleri perché possono essere una grande occasione per il Mezzogiorno e per l’Italia.

Di recente il Ministro Provenzano ha messo in campo una misura importante, la decontribuzione parziale per gli occupati nel Mezzogiorno. Lei sembra essere tiepido nei confronti di questa misura anche se si tratta di un impegno finanziario importante per le imprese operanti nel Meridione. Ci spiega perché?

Premetto che ho apprezzato il rilancio che, dopo la stasi del Governo giallo-verde, il Ministro Provenzano ha fatto di alcuni provvedimenti come quelli ricordati sopra e il Piano per il Sud che il Ministro ha presentato in febbraio e che trovo molto condivisibile. La misura di decontribuzione parziale mi lascia invece molto perplesso.

Io credo che la fiscalità di vantaggio per il Meridione sia importante, ma che si deve qualificare per il fatto che alle risorse messe dallo Stato devono corrispondere con certezza investimenti da parte delle imprese: il Mezzogiorno ha assoluto bisogno di veder crescere la presenza di attività economiche e la dinamica della produttività dei fattori se vogliamo chiudere il divario dal Centro-Nord. E’ quanto si ottiene se si indirizza la fiscalità di vantaggio al sostegno degli investimenti delle imprese, come per esempio con il Credito d’imposta, per il quale bisognerebbe incrementare la percentuale di incentivo e allargare le tipologie di imprese e di settori coinvolti. La decontribuzione è un sussidio che riduce il costo del lavoro senza nessuna garanzia che le imprese utilizzino quei risparmi per fare investimenti.

E’ corretto pensare che la ripartenza del Sud postuli un’alleanza con il Nord che conduca a condividere le scelte in una prospettiva di beneficio per l’intero Paese?

Assolutamente sì, l’Italia nel suo insieme ha bisogno che il Sud cresca e sia, come negli anni Cinquanta e Sessanta del ‘900, un supporto alla crescita di tutto il Paese. Se mi è consentito, è questo il messaggio culturale di fondo che ha ispirato la nascita e poi le iniziative dell’Associazione Merita – Meridione Italia e la proficua collaborazione che si sta instaurando con Riparte l’Italia. Aggiungo che i cambiamenti in corso nelle relazioni economiche internazionali vedono il Mediterraneo ridiventare, grazie al raddoppio del Canale di Suez e allo sviluppo delle economie asiatiche, uno snodo importantissimo nei flussi economici e commerciali globali: è quindi interesse vitale per l’Europa investire sul Mediterraneo ed è, questa, una grande occasione proprio per il Mezzogiorno e per l’Italia.

L’arrivo delle risorse di Next Generation EU rende possibile una serie di riforme e di aggiustamenti strutturali che abbiamo sempre rimandato per vincoli finanziari. A suo parere che tipo di logica dovremmo seguire per spendere adeguatamente e tempestivamente quei fondi?

Next Generation EU è un’occasione straordinaria per ricostruire le prospettive di crescita dell’economia italiana e non possiamo sprecarla. Ma per questo dobbiamo fare un salto di qualità istituzionale straordinario: il Paese deve liberarsi di quella cultura del sospetto che da anni paralizza sia gli investimenti pubblici che quelli privati con bardature procedurali senza senso e la superfetazione di normative che accrescono i costi. E bisogna che il Governo guidi una interazione forte con gli altri livelli istituzionali per selezionare i progetti e per collocarli in programmi nazionali coerenti, che rispondano alle priorità indicate dall’Unione Europea. Abbiamo bisogno di dotarci di regole semplici, chiare e stabili, di capacità di programmazione e realizzazione degli investimenti pubblici e di strumenti per sollecitare e sostenere gli investimenti privati. E così torniamo al punto da cui eravamo partiti: regole e politica industriale.

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