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Il silenzio di Mario Draghi e il grande caos per il Quirinale che rischia di fermare la stagione delle riforme e della ripartenza

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Nel suo editoriale della domenica Massimo Giannini, direttore del quotidiano La Stampa pone un esplicito richiamo verso il premier e la sempre più intricata matassa sul nuovo inquilino del Quirinale.

“Mario Draghi pensa ma non dice. A volte tronca, come è successo a più riprese in conferenza stampa: ogni domanda sul tema Quirinale è “offensiva”, per lui e per il presidente in carica. Altre volte sopisce, come è successo l’altroieri a Parigi: commentando la “rivelazione” sfuggita al barista della First Lady (“Draghi veniva spesso a fare l’aperitivo, gli piace lo spritz Aperol, e la moglie mi ha detto che sicuramente suo marito farà il presidente della Repubblica”) smentisce l’ingrediente dell’aperitivo, ma non il trasloco al Colle”.

“Fonti a lui vicine sostengono che almeno fino all’approvazione della legge di bilancio il premier non scioglierà la riserva sul suo prossimo futuro. Se va così, vuol dire che fino a Natale il Palazzo vacilla e il Paese balla. Il silenzio draghiano alimenta il rumore bianco dei partiti, che non trovano il bandolo di una matassa sempre più ingarbugliata. Senza una regia accorta e condivisa l’Italia rischia davvero quel che il presidente uscente vuole scongiurare con i suoi messaggi di fiducia: un gioco al massacro, nel quale rischiamo di bruciare in un colpo solo sia Mattarella che Draghi” ragiona Giannini.

“The Magic Mario, come lo definisce l’Economist, è la miglior riserva della Repubblica che abbiamo mai avuto da un paio di decenni a questa parte. Non possiamo permetterci di perderla, qualunque sia la sua prossima missione. Ma non può permetterselo neanche lui. Dovrebbe aiutare, e per ora non lo fa. Come il generale marqueziano, è chiuso nel suo labirinto. Palazzo Chigi, più che trampolino, è diventato la sua gabbia. Sta governando bene? E allora perché dovrebbe lasciare? È quello che pensano in molti, nell’establishment economico: ad esempio Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, la banca che vale più di un ministero delle Attività Produttive. Sta cominciando a governare male? E allora perché dovrebbe avere in premio il Quirinale? È quello che pensano altri, nell’apparatchiki politico: ad esempio i capibastone che vogliono cucinarselo nell’anno elettorale, o i peones che hanno il sacro terrore del voto anticipato” sottolinea Giannini.

“Prodi, che l’ha patita sulla sua pelle, avverte che la corsa al Colle si vince non con più voti, ma con meno veti. Così Draghi, se aspira ma non costruisce per tempo le condizioni per l’ascesa, rischia di perdere la scommessa del voto segreto, e dunque di perdere tutto. Cade lui, cade il governo, si torna a votare comunque. L’ultima ipotesi che circola è che per giocare al meglio le sue carte possa dimettersi un minuto dopo il varo della manovra, consentendo a Mattarella di fare consultazioni-lampo e formare a gennaio un governo fotocopia, con un premier scelto tra i ministri e con la stessa maggioranza, prima della convocazione dei grandi elettori per il Quirinale a febbraio. Può essere uno schema efficace. Benché, anche in questo caso, i precedenti non siano favorevoli: nella storia patria, nessun presidente del Consiglio è mai diventato presidente della Repubblica. Ma nel creativo e spesso pasticciato laboratorio italico c’è sempre una prima volta” conclude Giannini.

Sull’argomento interviene anche il costituzionalista Gaetano Azzariti.

“Molti continuano a giocare con la Costituzione, forzandone i limpidi principi, confondendo o sovrapponendo a bella posta i ruoli del capo del governo, titolare dell’indirizzo politico, e del capo dello Stato che, proprio rimanendo al di fuori dei giochi politici, è il supremo garante della Carta. Nello scegliere il capo dello Stato non dovremmo pensare a chi ci può meglio governare dal Colle, ma a chi può assicurare il rigorosorispetto delle regole del gioco, chiunque sia il presidente del Consiglio dei ministri” spiega in una intervista a Repubblica.

Massimo Franco, editorialista di punta del Corriere, traccia invece il profilo di Paola Severino, giurista di grande notorietà ed ex ministro, come possibile soluzione per il Colle.

“Chi la conosce – scrive Franco – sostiene che le piacerebbe vedere al posto di Sergio Mattarella la Guardasigilli Marta Cartabia; e che ritiene il premier Mario Draghi la persona che «meriterebbe di andare al Quirinale, perché non dev’essere una colpa il fatto di essere bravi». E lei, «prima della classe» non politica, non ci pensa? Lei, giurano, si limita a osservare, accudita dai colleghi di università che per stima, o magari solo per gratificarla, le profetizzano un futuro presidenziale. Sta al gioco, e assiste a quelli altrui, convinta da tempo che se non passerà Draghi dalle prime votazioni si rischia un putiferio”.

 Come garantire un presidente della Repubblica “autorevole” e un governo altrettanto autorevole, che arrivi al 2023.

E’ questo il grande nodo del Quirinale, ‘fotografato’ anche da Walter VELTRONI.

“Ricordo che a casa mia incontrai Fini e Casini e discutemmo di Carlo Azeglio Ciampi”: era il 1999 e Ciampi fu eletto alla prima votazione “per la sua autorevolezza” ma anche perché “chi aveva responsabilità politica era in grado di garantire il supporto dei gruppi parlamentari”, ricorda l’allora segretario dei Ds, che viene oggi citato tra i possibili candidati.

Ma il più grande rischio a gennaio, quando si voterà per eleggere il successore di Sergio Mattarella, è proprio la mancanza di leader in grado di blindare i voti, in un Parlamento balcanizzato. E’ questo il timore che accomuna sia chi lavora per portare al Colle Mario Draghi, che continua a non sbilanciarsi sul proprio destino, sia chi vuole creare consenso attorno a un altro nome e blindare la permanenza del premier a Palazzo Chigi fino a fine legislatura.

Lo spauracchio è ricordo di due annate ‘nere’: nel 1964 ci vollero 21 scrutini per eleggere Giuseppe Saragat, nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro arrivò al sedicesimo voto. Chi – nonostante la ferma volontà contraria dell’interessato – continua a sperare nella rielezione di Sergio Mattarella, confida che non si arrivi a tanto e che, in caso di stallo conclamato, sia l’attuale presidente ad accettare la rielezione. Del resto, fa notare un senatore Pd, anche Giorgio Napolitano aveva detto no al secondo mandato.

Con un Parlamento fuori controllo come l’attuale – con centinaia di “grandi elettori” non iscritti ai grandi partiti, tra centristi e gruppo misto – diventa rischioso, sottolinea un’altra fonte Dem, anche esporre Draghi al voto delle Camere, dal momento che rischierebbe di diventare bersaglio dei franchi tiratori: se bocciato nel segreto dell’urna dalla sua larga maggioranza – è il ragionamento – diventerebbe difficile per Draghi anche restare a Palazzo Chigi.

Gli occhi sono puntati sui tanti deputati e senatori che temono la fine anticipata della legislatura (e la perdita del diritto alla pensione) e sul corpaccione dei 233 M5s (erano 338, nel 2018).

Giuseppe Conte li ha rassicurati che non intende proporre Draghi al Quirinale per poi andare a elezioni anticipate. Ma, tra le righe di un’intervista a un quotidiano olandese, l’ex premier sembra continuare a porre proprio Draghi in cima ai papabili: “E’ una risorsa per il Paese”, afferma, “il M5s non cerca di trasferirlo da Palazzo Chigi al Colle ma non c’è dubbio che serva qualcuno di alta morale, capace di raggiungere l’unità nazionale”. Sarà però il centrodestra, ribatte Antonio Tajani, a condurre i giochi proponendo “un solo candidato”. Un’affermazione che cozza col fatto che Fdi punta al voto anticipato mentre lo schema di Fi è Silvio Berlusconi al Colle e Draghi premier fino al 2023.

L’ex presidente della Bce deve restare a Chigi anche nella prossima legislatura, si spinge oltre Carlo Calenda. Quello che non deve succedere, avverte Giorgia Meloni, è che l’elezione al Quirinale di Draghi instauri un “presidenzialismo di fatto”, come ipotizzato da Giancarlo Giorgetti: “Non si può pensare che il Parlamento non conti più niente”.

Sul punto concorda VELTRONI, secondo il quale bisogna – anche con una legge elettorale condivisa – tornare a una “democrazia sana”, non solo guidata da governi politici e priva di ruoli costruiti “de facto”, fuori dalle regole. Ma dalla prossima legislatura. Fino al 2023 Draghi deve restare a Chigi a completare la sua “sfida” (auspicio, questo, assai diffuso nel Pd) o, spiega VELTRONI, al suo posto deve insediarsi una personalità altrettanto autorevole. Chi si propone di aver gran voce in capitolo sui giochi per il Colle è Matteo Renzi, che accusa il Pd di provare a dividere Italia viva (smentisce le voci di una pattuglia di transfughi pronta a lasciare i suoi gruppi) e avverte che il nome nascerà solo dalla ricerca di una larga condivisione. Ma il timore dei Dem è che Iv possa giocare di sponda con la destra. Su quali nomi? Continuano a farsi quelli di Giuliano Amato o Pier Ferdinando Casini (poco graditi al M5s).

Lo stesso VELTRONI viene citato tra i papabili nel centrosinistra, oltre a Paolo Gentiloni e, nel centrodestra, Marcello Pera. Ma cresce anche la spinta ad avere finalmente un presidente donna. Calenda cita Marta Cartabia, mentre nel Pd si fanno nomi come Anna Finocchiaro o, meno quotate, Roberta Pinotti o Rosy Bindi che, con “serenità”, commenta: “Difficilmente accadrà”.

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