Gli equilibri delle democrazie contemporanee, sempre più strette tra conflitti armati diffusi, instabilità economica globale, squilibri sociali crescenti e montante apatia di massa, sono assai fragili e precari, scrive sul Messaggero Alessandro Campi. Quelli della democrazia italiana, per ragioni tutte interne al suo modo di essere e funzionare, lo sono ancora di più, a causa della debolezza organizzativa e progettuale dei partiti, che della democrazia, come sappiamo per dottrina ed esperienza, sono la maggior garanzia di stabilità: deboli loro, debole l’intero sistema.
La questione della rinascita dei partiti come premessa di una sana dialettica istituzionale è annosa, ricorda Campi, ma passato il prossimo appuntamento elettorale meriterebbe di essere affrontata seriamente. Al di là di una deriva personalistico-mediatica che sembra averli accomunarli tutti in questi anni, e che in parte spiega certe loro gracilità e contraddizioni, esistono infatti delle condizioni generali che inducono a qualche ottimismo. I partiti italiani sono più strutturati di come vengono rappresentati o percepiti. Fratelli d’Italia, ad esempio, è un partito che nasce da una solida base militante e da un nucleo forte di cultura politica condivisa: un misto di politica di professione e comunitarismo su base generazionale.
La Lega vanta uno storico radicamento territoriale nel Nord e rappresenta da sempre interessi sociali ben definiti: è una forza capace di grandi mobilitazioni e con un vivace pluralismo interno. Il Partito democratico, aggregatore del progressismo nazionale, ha una struttura fatta a sua volta di robusti apparati e di correnti che rimandano ad antiche tradizioni culturali. Forza Italia, non potendo più vivere solo grazie al carisma del fondatore, si è normalizzata come forza politica di stampo liberal-moderato.
Una normalizzazione che ha riguardato anche il M5S dopo che Giuseppe Conte ne ha assunto il controllo facendone un partito di sinistra a vocazione statalista-redistributiva. C‘è insomma la possibilità che i partiti italiani, non più additati come causa d’ogni male anche se ancora spesso visti con sospetto, si ricostruiscano su basi nuove, tornando ad essere i protagonisti principali del gioco democratico, considerato che le alternative movimentiste, leaderistiche o tecnocratiche con cui si è pensato di sostituirli sono tutte variamente fallite nel corso degli anni. Sarà questa la principale sfida del prossimo futuro politico.
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