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Federica Brancaccio, presidente Ance: “Il Superbonus sia sostituito da altre misure di crescita” | L’intervista

Il governo ha deciso di mandare in soffitta il Superbonus introdotto nel maggio 2020 dal governo Conte II.

Federica Brancaccio, presidente Ance, fa il punto sulla fine della misura in un’intervista a MF-Milano Finanza.

Federica Brancaccio, presidente Ance, a cosa è dovuta secondo lei questa scelta a sorpresa?

“Ce lo stiamo chiedendo da giorni.

Probabile che ci sia stata qualche ulteriore scoperta sui conti: una misura così d’urgenza, di cui nessuno sapeva nulla alla vigilia del Consiglio dei ministri, fa supporre che si sia verificato qualche imprevisto dell’ultimo minuto.

Ma quale notizia ha ricevuto Giorgetti prima di entrare in Cdm non riusciamo a capirlo.

Lo dico non in tono polemico, ma con preoccupazione”.

Che impatto avrà?

“Il testo ancora non c’è, e questo ci turba da un lato ma ci rassicura sulla valutazione in merito a possibili correttivi dall’altro.

Se lo Stato non darà un segnale di continuità alle zone del Centro Italia colpite dal sisma, si rischia un’accelerazione dello spopolamento.

A essere colpite saranno anche le case popolari e le residenze per anziani.

Per il resto, il bonus dovrebbe continuare a valere pur in formula ridotta, non essendo il decreto retroattivo”.

Questo continuo cambio di registro finisce per esporre le imprese edili all’incertezza. Con quali conseguenze?

“Quello della certezza è un tema su cui ci stiamo battendo da anni: se da parte di cittadini e imprese manca la fiducia in decisioni e leggi che cambiano di continuo, a mancare sarà la fiducia nei confronti della politica industriale dei governi e più in generale nelle prospettive di crescita del Paese: con la perenne spada di Damocle delle modifiche in corso d’opera sulla testa, nessuno investirà più.

E se non si investe, si blocca la crescita.

La scelta del governo appare motivata dalla volontà di porre un argine alla spesa.

“Certo, ed è comprensibile.

Tuttavia, non c’è solo il deficit da tenere sotto controllo ma anche il suo rapporto con il pil: se interveniamo solo sul disavanzo senza incentivare la crescita, potremmo anche aver fermato l’emorragia, ma poi servono sacche di sangue da rimettere in circolo.

Il bonus era stato pensato anche come strumento per favorire l’efficientamento energetico: dati alla mano, però, solo il 4% degli edifici risulta riqualificato in tal senso.

“Rispetto all’obiettivo di riduzione dei consumi del 16% al 2030, con il Superbonus siamo al 5%.

La direttiva ha cambiato paradigma in senso qualitativo: prima parlava di «efficientamento», ora di «riduzione dei consumi”.

Con il Superbonus abbiamo raggiunto un terzo del risultato: è costato troppo?

“Sì, ma del resto si parla di una misura shock che nessuno ha mai ritenuto sostenibile ai fini dei target 2050”.

Uno dei grandi problemi del Superbonus è la difficoltà nel quantificarne l’impatto. Finora sappiamo che le detrazioni maturate a febbraio ammontano a 114 miliardi.

“A fine marzo avremo i numeri definitivi del 2023.

La verità è che noi abbiamo avvertito il governo fin dall’inizio: tenete i conti sotto controllo.

I modi per farlo sono tanti.

Del resto, se è vero che il nuovo decreto prevede il controllo ex ante, introdurlo prima avrebbe consentito di monitorare i conti e stabilire un tetto annuale alla spesa.

Qui invece si cambiano in continuazione le regole del gioco perché si dice ‘abbiamo avuto una brutta sorpresa’.

Ma si può rimanere sorpresi una volta, non due, tre o quattro.

Immaginiamo se questo avvenisse non in tema di Superbonus ma di spesa della pubblica amministrazione: sarebbe preoccupante”.

E poi frodi per 12 miliardi.

“Le frodi sono quasi interamente relative agli altri bonus.

Di quella cifra, secondo l’Agenzia delle Entrate, gran parte riguarda il bonus facciate: un’esperienza da non ripetere mai più per la quale abbiamo chiesto correttivi a tutti i governi senza mai ottenere risposte.

Il Superbonus è stato interessato in misura minore perché aveva regole più stringenti, il che non rende il fatto meno grave.

Tutti questi bonus ci hanno insegnato cosa non si deve fare e cosa invece è positivo: sulle scorte di questa esperienza, vogliamo provare a lavorare a un riordino della materia, a una politica industriale di respiro europeo con un obiettivo di lungo termine?”.

Ripartendo da?

“Grandi condomini più bisognosi di interventi. E una legge sulla rigenerazione urbana”.

Con lo stop alla remissione in bonis, dice Giorgetti, si avranno finalmente dati certi. Dati che arriveranno nei giorni in cui il governo sarà impegnato a stilare il Def.

“La verità è che non si parla più di un tema sul quale il governo si era impegnato a trovare una soluzione: i crediti non monetizzati. Avremo il dato di quanti crediti andranno persi e non saranno compensati, nell’incertezza di famiglie e imprese che continuano a chiederci aiuto.

È questa incertezza continua il dato più preoccupante.

Si parla tanto di risparmio degli italiani, che rispondono prontamente ogni volta che lo Stato chiama.

Ma servono regole chiare.

Fino a ieri si pensava di avere tempo fino al 15 ottobre per rettificare, ora all’improvviso questa misura non c’è più: un altro fulmine a ciel sereno che contribuisce ad accrescere la confusione.

Di tutto questo non saprei quantificarle l’impatto economico ma certamente quello psicologico sui cittadini esausti”.

Qual è il suo giudizio complessivo sul Superbonus? Ha fatto più bene o più male all’edilizia e all’economia?

“Nel momento in cui è stata immaginato, si è rivelato un provvedimento quasi geniale per contrastare la recessione.

Aveva un suo tempo e un suo décalage: non era scritto perfettamente, ma il vero problema è che non è stato tenuto sotto controllo.

In quel periodo ha fatto bene al Paese: basti guardare al miglioramento del deficit/Pil nel 2021 e 2022.

Chiaro, non poteva essere per sempre, né era stata pensato per esserlo, e invece si è andati avanti di proroga in proroga.

Ha fatto bene a un settore che veniva da 12 anni drammatici, e a un Paese che usciva dalla pandemia col rischio recessione.

Doveva, e deve, essere sostituto con altre misure per la crescita.

Ora abbiamo il Pnrr, ma bisogna iniziare a pensare a quello che bisognerà fare domani, perché esaurito il Recovery non c’è più niente: servono nuovi provvedimenti di più ampio respiro”.

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