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Favori agli anziani, debito ai figli: le ragioni dei giovani in piazza | L’analisi di Lorenzo Bini Smaghi

Dietro le proteste delle nuove generazioni c’è una disuguaglianza di cui si parla poco: quella tra generazioni. Meno spesa per l’istruzione, più spesa per le pensioni, più debito sulle spalle dei figli. È la tesi di Lorenzo Bini Smaghi in un’analisi pubblicata dal Foglio.

Le manifestazioni giovanili che hanno attraversato molte città europee, da Parigi a Milano, hanno acceso il dibattito pubblico.

Ma l’attenzione di commentatori e forze politiche, osserva Lorenzo Bini Smaghi sul Foglio, si è concentrata quasi solo sulle violenze avvenute ai margini dei cortei.

Il dibattito si è fermato sulle misure di sicurezza per evitare che episodi simili si ripetano, e sulla loro presunta efficacia.

In pochi si sono chiesti perché la stragrande maggioranzadei giovani, quelli non violenti, sia scesa in piazza.

E continuerà a farlo, avverte l’autore, creando involontariamente le condizioni per nuove infiltrazioni violente.

Lo sguardo di chi giudica

Nei commenti, secondo Bini Smaghi, ha prevalso una tendenza denigratoria.

È quella tipica di chi, raggiunta una certa età, ritiene la saggezza “una prerogativa anagrafica”, facendo spesso di tutta l’erba un fascio e trattando allo stesso modo violenti e non violenti.

Oppure si è ricorsi ai soliti schemi: il malcontento dei giovani dipenderebbe dalle disuguaglianze crescenti delle società occidentali tra i pochissimi che hanno sempre di più e i tanti che hanno sempre di meno.

La disuguaglianza dimenticata

Concentrando l’attenzione sui problemi dell’1 per cento della popolazione che detiene gran parte della ricchezza, scrive l’economista, si ignora un’altra disuguaglianza.

Un’altra “ingiustizia”, che avviene all’interno del restante 99 per cento e di cui parlano in pochi: quella tra generazioni.

Le disuguaglianze intergenerazionali sono in aumento, e non solo nei paesi avanzati: lo si vede anche in India.

Basta guardare ai dati.

Dal 2000 a oggi la quota della spesa pubblica dedicata all’istruzione è scesa in tutti i paesi europei.

Il calo maggiore si registra in Italia, dal 9,6 al 6,9 per cento, e in Francia, dal 10,4 al 7,8 per cento.

Nello stesso periodo la spesa pensionistica è aumentata ovunque: in Italia dal 26 al 30 per cento, in Francia dal 20 al 24 per cento.

In altre parole, si spende sempre meno per i giovani e sempre di più per gli anziani, anche al netto della tendenza demografica.

Il peso elettorale dell’età

Il motivo, per l’analisi pubblicata dal Foglio, è semplice: il numero relativo degli elettori.

Votano sempre più anziani e sempre meno giovani.

Non si vincono le elezioni con programmi a favore dei giovani, ma promettendo favori agli anziani, o a chi sta per diventarlo.

L’esempio più noto in Italia è Quota 100, con la promessa della staffetta generazionale: “un anziano in pensione sostituito da tre giovani”, rivelatasi, scrive Bini Smaghi, “un abbaglio”.

Misure che premiano chi ha già

Esaminando l’insieme delle misure prese negli ultimi anni, sia dal lato della fiscalità sia da quello della spesa, l’impatto è quasi sempre distorsivo a favore dei più anziani.

Anche una misura “estremamente generosa” come il Superbonus ha avvantaggiato chi già aveva un’abitazione.

Il deficit abitativo, soprattutto per chi studia nelle grandi città, si è aggravato negli ultimi anni.

Per non parlare degli ostacoli alla concorrenza, che impediscono ai giovani di avviare nuove attività.

L’Italia, ricorda l’autore, è il paese europeo con il più basso tasso di natalità di aziende.

Una scuola che prepara meno

Anche la qualità della spesa pubblica indirizzata ai giovani, come quella per l’istruzione, si è fortemente deteriorata nel tempo.

Lo dimostrano i test internazionali.

La quota degli studenti che escono dalla scuola italiana con una preparazione considerata adeguata è scesa a livelli preoccupanti.

Pesa anche il fatto che l’Italia sia stata tra i paesi che hanno imposto il periodo più lungo di didattica a distanza durante il Covid.

Lavoro, il miglioramento apparente

La disoccupazione giovanile è diminuita nel corso di questo secolo, da circa il 30 per cento a poco più del 20 nel 2025.

Ma questo miglioramento, sottolinea Bini Smaghi sul Foglio, non è diverso da quello del resto della popolazione.

Ed è dovuto al forte calo del tasso di partecipazione.

L’Italia è tra i paesi europei con la quota più alta di giovani che non studiano e non cercano lavoro.

Il conto lasciato ai figli

A peggiorare il quadro è il fatto che la redistribuzione di risorse a sfavore dei giovani avviene a debito.

Un onere che cresce nel tempo e ricadrà dunque sulle future generazioni.

Negli ultimi 25 anni il debito pubblico per ciascun cittadino italiano è salito da 22,5 a 52,5 mila euro.

Il rapporto tra debito pubblico e reddito pro capite è passato dal 96 al 137 per cento.

Mentre il salario medio è rimasto sostanzialmente immutato, al netto dell’inflazione.

Chi parte e chi resta

In questo quadro, conclude l’autore, è difficile sorprendersi del fatto che il numero di giovani italiani che emigrano all’estero aumenti ogni anno.

E che la metà di loro siano laureati.

Non dovrebbe nemmeno sorprendere che quelli che rimangono non siano soddisfatti della loro situazione e delle prospettiveche si presentano loro.

E che vogliano esprimere il loro malcontento.

Magari, è l’auspicio finale di Bini Smaghi, “senza che ciò dia luogo a manifestazioni collaterali violente. Di cui non sono responsabili”.

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