“Nel 2023 le retribuzioni reali per lavoratore dipendente sono state in Italia del 5,7% più basse del 1995 (conti nazionali).
Non si riscontra nelle altre maggiori economie una simile perdita di potere d’acquisto per la media dei salariati e stipendiati rispetto ai livelli di quasi un trentennio prima.
Non in Germania (+11,1%), non in Francia (+22,1%) e neppure in Spagna (+3,1%)”.
Lo sostiene Sergio De Nardis dalle colonne del magazine digitale Inpiù.net.
“Il Ministro Giorgetti ha connesso questo andamento delle nostre retribuzioni reali all’essere membri della moneta unica.
È un’affermazione un po’ scomposta, ma che contiene un elemento di cui tener conto.
Non l’euro in sé, ma l’aggiustamento alla crisi di bilancio dei pagamenti intra-euro, altrimenti detta dei debiti sovrani, è alla base di un simile deterioramento.
Fino al 2010 le retribuzioni reali italiane crescevano più dell’inflazione, è dopo che si verifica la caduta: quasi -9% tra il 2010 e il 2023.
È dunque lì, in quella crisi, che si colloca l’origine del declino delle paghe reali.
Lo stop nel 2010 dei finanziamenti all’Italia (e alle altre economie in deficit) richiedeva infatti contenimento della domanda interna e compressione di prezzi e costi (svalutazione) relativamente ai paesi in surplus (fondamentalmente la Germania).
Senza il cambio, la svalutazione reale doveva realizzarsi abbassando i salari relativamente agli altri.
Una ricetta dura, ma è stata seguita e a ciò forse si riferisce il ministro.
Poteva essere realizzata in modo meno doloroso?” prosegue l’economista.
Sì: quel “relativamente” implica che il percorso è facilitato se il paese in surplus, almeno, non “rema contro”, cioè lascia crescere la sua spesa interna e le retribuzioni in linea con la produttività.
“Ma la Germania si trovava su una traiettoria opposta, anch’essa di contenimento della domanda e persistente svalutazione reale: ingredienti del modello tedesco.
Quanti cauti rapporti della Commissione (gli ininfluenti Mip reports) lo hanno detto?
Si potrebbe obiettare che le retribuzioni reali italiane perdono terreno anche rispetto alla Spagna, l’altro paese che come noi ha dovuto “aggiustare”.
Ma questo è un fatto recente, post-pandemia.
Fino al 2019 non era così e sono i salari reali iberici ad avere poi accelerato.
E’, quindi, semmai da chiedersi il perché di questa persistenza ai bassi salari anche oltre le esigenze dell’aggiustamento a quella lontana crisi: la competitività di costo dell’Italia, basata sul clup, è ormai ai livelli dei primi anni duemila.
È come se l’Italia (le parti sociali) avesse scoperto come confacente alle proprie corde il modello tedesco, trovando nei governi (che si impegnano a sostenere le paghe nette, abbassando il cuneo contributivo) dei compiacenti facilitatori.
Ma la nostra “germanizzazione” sembra sempre più l’imitazione di un modello d’altri tempi” conclude.
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