Nel 2012, grazie all’introduzione del decreto 179/2012, il cosiddetto Startup Act, si è iniziato a porre l’attenzione al fenomeno delle startup.
Di fatto, è stata inserita per la prima volta nell’ordinamento italiano la definizione di startup innovativa (sui) e, in modo correlato, di pmi innovativa (pmii).
Ciò tuttavia ha avviato un dibattito circa l’utilità o meno di tale esercizio.
Da una parte infatti c’è chi ritiene che tale sforzo definitorio sia ridondante, e in contrasto con la letteratura americana che definisce le startup quali organizzazioni temporanee con lo scopo di cercare e trovare un business model scalabile e ripetibile; dall’altra c’è chi riconosce l’importanza di provare a perimetrare il fenomeno dell’innovazione.
L’Italia è ancora uno dei pochi Paesi in cui la definizione di sui esiste a livello formale e dunque normativo.
Per mettere ordine in tale querelle si è provato ad approfondire il legame tra le sui (e pmii) italiane – ex lege – e le scaleup.
Sono stati così incrociati i dati delle sui e pmii – iscritte nel Registro delle Imprese – con le scaleup incluse nel database proprietario di Mind the Bridge.
Delle 557 scaleup censite a fine 2022, 86 (0,6%) si ritrovano tra le sui e 231 (8,5%) tra le pmii; ne risulta, che il 15,4% delle scaleup sono sui e il 41,5% sono pmii.
In sintesi, possiamo concludere che circa il 57% delle scaleup è riferibile a imprese attualmente iscritte nelle due sezioni speciali del Registro delle Imprese; ancora e infine, per considerare il vincolo temporale cui le sui sono soggette, riscontriamo che le scaleup fondate dopo il 2018 sono 138.
Le 86 sui che appartengono all’insieme delle scaleup e che risultano ancora iscritte alla sezione speciale rappresentano il 62,3% di questo sottoinsieme.
Perciò la correlazione potrebbe essere anche più forte, considerato che vi possono essere delle scaleup non più iscritte nel Registro ma che sono state sui in passato. L’impostazione assunta nella disciplina del dl 179/2012 ha consentito di diffondere pratiche virtuose, quali gli investimenti in ricerca e sviluppo, l’assunzione di personale qualificato da titoli di studio e il possesso di brevetti.
Quindi, al di là delle fuorvianti terminologie usate dal legislatore per riferirsi alle sui e pmii, la disciplina ha introdotto meccanismi incentivanti, subordinati al possesso, da parte delle imprese, di alcuni specifici elementi di innovatività. Per questo si ritiene che gli attuali incentivi dovrebbero essere non solo confermati, ma anche estesi a beneficio dello sviluppo complessivo del Sistema Paese.
Allo stesso tempo il fatto che basti possedere un solo requisito, da un lato, allarga la base di adesione alla sezione speciale ma, dall’altro, riduce il grado complessivo di innovatività richiesto alle singole imprese.
Ne consegue che è ragionevole aspettarsi che solo una percentuale molto limitata di imprese catalogate come sui possa davvero dare luogo a processi di crescita rilevanti che portano ad avere delle scaleup.
Tuttavia, arrivando all’ultima osservazione, sebbene il tasso di trasformazione delle sui e delle pmii in scaleup appaia basso – dalle oltre 16 mila imprese, sono uscite 317 delle 557 scaleup oggi presenti in Italia – nel mondo delle startup è assolutamente normale che da una base ampia escano poche imprese di successo e, comunque, si può affermare come il Registro sia in grado di intercettare la maggior parte (57%) delle scaleup.
Tali evidenze e considerazioni sono di grande rilevanza, soprattutto ora che, con il ministero delle Imprese e del Made in Italy, InnovUp sta lavorando a una revisione e a un aggiornamento trasversale del corpus normativo – Startup Act 2.0 – che, dopo più di 10 anni, non risulta più attuale né coerente con i significativi sviluppi vissuti dall’ecosistema. Perciò è fondamentale introdurre nuove disposizioni volte a sanare le incertezze presenti nella disciplina vigente, al fine di superare le oggettive difficoltà di attuazione evidenziate dai soggetti interessati e di armonizzare le politiche in materia di definizione e requisiti di sui e pmii.
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