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Anziani non autosufficienti, la sfida delle cure a casa: perché il SSN deve pagare anche l’assistenza domiciliare | La proposta

Oggi lo Stato sostiene circa 2.000 euro al mese chi entra in una Rsa e appena un quarto di quella cifra chi resta nella propria abitazione. La proposta di Stefano Lepri e Graziano Delrio: una quota sanitaria domiciliare pari alla metà di quella riconosciuta per il ricovero

Elaborazione Riparte l'Italia sui dati citati nell'intervento pubblicato da Avvenire

Gli anziani non autosufficienti, spesso anche malati cronici, vorrebbero essere curati a casa loro, quando è possibile. Eppure le politiche pubbliche continuano a privilegiare l’inserimento in strutture residenziali. È la tesi al centro dell’intervento che Stefano Lepri e Graziano Delrio hanno firmato su Avvenire, dove i due autori sostengono che anche la recente legge delega e il successivo decreto legislativo, pur apprezzabili, non risolvono il nodo delle risorse necessarie per sostenere davvero l’assistenza domiciliare, con il rischio di restare lettera morta.

Cosa serve per restare a casa

Lepri e Delrio non nascondono che in molti casi la permanenza al domicilio sia problematica, se non impossibile: quando le condizioni di gravità sono elevate, quando mancano familiari in grado di garantire un supporto continuo o quando la casa non è adatta. Ma in altrettanti casi sarebbe una strada percorribile. Perché lo diventi, scrivono su Avvenire, non bastano gli interventi medici, infermieristici e riabilitativi già assicurati. Servono, accanto ai familiari e ai vicini che svolgono il ruolo di caregiver, assistenti familiari capaci di rispondere con continuità ai bisogni primari della vita quotidiana: l'igiene personale, l'aiuto nel vestirsi, la preparazione dei pasti, le pulizie di casa, oltre a reti informali di aiuto e servizi complementari.

Per pagare tutto questo, oggi le famiglie possono contare quasi soltanto sui propri redditi e risparmi e, quando concessa, sull'indennità di accompagnamento.

Il doppio binario tra Rsa e domicilio

Il quadro cambia radicalmente se si guarda alla residenzialità. Per le strutture, ricordano gli autori, il Servizio sanitario nazionale si fa carico del 50 per cento di un costo che non comprende solo prestazioni sanitarie, ma l’intero complesso di aiuti fondamentali per la vita di tutti i giorni. Una disparità che non appare equa: non a caso, alcune Asl hanno iniziato a riconoscere assegni di cura per l’assistenza domiciliare degli anziani malati cronici non autosufficienti, coprendo non solo il lavoro dei professionisti sanitari ma, in parte, anche quello di chi aiuta la persona nelle funzioni della vita quotidiana. In assenza di un riconoscimento normativo, però, queste scelte restano esposte a contestazioni e non sono garantite con continuità e mezzi sufficienti.

Il risultato, secondo l'analisi pubblicata su Avvenire, è un evidente squilibrio economico. In applicazione dei livelli essenziali di assistenza, le Asl riconoscono a chi è ospitato in una struttura residenziale una quota sanitaria di almeno 1.500 euro al mese, a cui si somma l'indennità di accompagnamento (se è prevista una compartecipazione al pagamento): in totale almeno 2.000 euro. La stessa persona, nelle identiche condizioni di non autosufficienza certificate, se sceglie di restare a casa riceve soltanto l'indennità di accompagnamento, cioè un quarto dei rimborsi pubblici riconosciuti a chi viene ricoverato.

Grafico di Riparte l’Italia sul confronto tra sostegno pubblico agli anziani non autosufficienti in Rsa, a domicilio e nella proposta Lepri-Delrio.

La proposta: metà della quota Rsa anche a casa

Da qui la proposta. Lepri e Delrio chiedono che il Servizio sanitario nazionale assicuri una quota sanitaria anche per le prestazioni di lungo termine al domicilio, convenzionalmente fissata nella metà di quanto sarebbe corrisposto in caso di ricovero in una Rsa. I restanti costi, come la quota assistenziale, resterebbero a carico dell'utente e, in subordine, del Comune, mentre l'indennità di accompagnamento dovrebbe essere interamente destinata agli interventi previsti nel Piano di assistenza individualizzato. In questo modo, sostengono, si metterebbero insieme risorse sufficienti per gestire davvero la permanenza a casa.

Tradotto in cifre, sulla base dei valori minimi indicati dagli autori: chi resta a casa passerebbe da circa 500 a circa 1.250 euro al mese di sostegno pubblico, contro i circa 2.000 euro garantiti in struttura. Un riequilibrio che non annulla il divario, ma lo riduce in modo significativo.

Le obiezioni e le risposte

La soluzione non è nuova: era già stata avanzata nella scorsa legislatura con la proposta di legge n. 2856, a prima firma Lepri. Le obiezioni sono note. A chi sostiene che per i bisogni della vita quotidiana si debbano impiegare i fondi sociali e non quelli sanitari, gli autori rispondono che il Fondo sociale per la non autosufficienza è totalmente inadeguato ai fabbisogni potenziali, difficilmente aumentabile e già in larga parte destinato a integrare la quota alberghiera per gli anziani poveri ospitati in Rsa.

C’è poi un argomento di bilancio. La spesa aggiuntiva a carico del Ssn, osservano Lepri e Delrio su Avvenire, si giustifica non solo per analogia con quanto già previsto per le strutture residenziali, ma anche perché ne deriverebbero risparmi significativi nei conti della stessa sanità: meno ricoveri impropri, meno accessi al pronto soccorso, meno degenze nelle case di cura. E soprattutto, sottolineano, si tratta di persone malate croniche non autosufficienti, per le quali è sancito costituzionalmente il diritto alla salute, un diritto che non può essere assicurato solo fuori dalla propria casa.

Il nuovo disegno di legge

La proposta torna ora con il disegno di legge n. 2017, a prima firma Delrio insieme ad altri senatori, che sarà presentato ufficialmente a breve. Il testo, spiegano gli autori, approfondisce la soluzione inserendola nel nuovo quadro normativo, stima la platea dei beneficiari, il fabbisogno economico e indica le possibili coperture.

L’ambizione dichiarata è fare per gli anziani non autosufficienti ciò che è stato fatto per le famiglie con figli con l’Assegno unico: una misura strutturale a sostegno delle famiglie. In questo caso, però, Lepri e Delrio non propongono un’unica dote, giudicata di complicata realizzazione dentro un quadro istituzionale difficilmente smontabile, ma preferiscono risorse certe e aggiuntive che consentano di comporre, da più fonti, un progetto individualizzato credibile e sostenibile.

La conclusione affidata alle pagine di Avvenire è netta: si possono e si devono trovare soluzioni coraggiose ed eque per garantire i servizi e coprire le maggiori spese di quella che è, indubbiamente, una delle sfide più importanti per la politica italiana: consentire alle persone anziane non autosufficienti di essere curate a casa loro. Se solo la politica ha voglia, seriamente, di occuparsene.

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