Su La Stampa, Gabriele Segre riflette sul ritorno della partecipazione elettorale nel 2026, evidenziando come l’affluenza record registrata in diversi Paesi, dagli Stati Uniti alla Serbia, dall’Ungheria al Brasile, rappresenti un segnale incoraggiante per la democrazia, ma non necessariamente una prova della sua buona salute.
Secondo l’autore, le urne hanno dimostrato di poter ancora mettere in difficoltà chi governa: in Ungheria è finita l’era Orbán, in Serbia è stato sconfitto il sistema di Vučić, mentre in Israele Netanyahu ha perso la maggioranza e in Brasile è stata fermata la dinastia Bolsonaro.
Non si tratta, tuttavia, di una vittoria delle forze progressiste, ma di una tendenza più generale a punire i governi in carica, indipendentemente dal loro orientamento politico.
Alla base del malcontento vi sono soprattutto difficoltà economiche, insicurezza e sfiducia nelle istituzioni.
Il voto assume così sempre più spesso il carattere di una protesta contro chi detiene il potere, anziché di un’adesione a un progetto alternativo.
Le elezioni americane, trasformate in un referendum sulla figura di Donald Trump, rappresentano per Segre l’esempio più evidente di questa dinamica.
Il rischio è che maggioranze unite dal rifiuto di un leader si rivelino incapaci di governare, perché prive di una visione condivisa.
L’aumento dell’affluenza può quindi convivere con un crescente vuoto di rappresentanza politica.
Segre conclude sottolineando che la qualità della democrazia si costruisce soprattutto tra un’elezione e l’altra, attraverso partiti, organizzazioni e programmi capaci di dare continuità alla partecipazione.
Senza questo lavoro, il voto rischia di diventare soltanto uno strumento per condannare periodicamente chi governa.
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