Il presidente annuncia la fine dei 3,8 miliardi annui a Gerusalemme. Ma, rivela il Wall Street Journal, l’idea è di Netanyahu e il piano prevede un’uscita graduale in più anni, non in due mesi
La sorpresa che Donald Trump ha riservato al giorno delle elezioni, l’annuncio della fine degli aiuti statunitensi a Israele, è «meno e più di quanto sembri». Lo scrive il Wall Street Journal in un editoriale intitolato «La fine degli aiuti statunitensi a Israele?». Meno, perché il presidente sta dando seguito a una proposta del premier israeliano Benjamin Netanyahu e a piani comuni allo studio da almeno un anno. Più, per ciò che la mossa rivela sul deterioramento politico del rapporto tra Washington e Gerusalemme.
L’annuncio a Fox News
Intervistato da Fox News sull’antisemitismo e su Israele, alla luce della campagna di Abdul El-Sayed per il Senato in Michigan, Trump ha improvvisato fino ad annunciare una novità: «Quanto ai pagamenti a Israele, “Bibi” Netanyahu e io abbiamo fatto un accordo. Diamo a Israele 4 miliardi di dollari l’anno, e mesi fa abbiamo concordato di smettere».

Secondo il presidente, Israele è cresciuto al punto da non avere più bisogno di un aiuto annuale. «Abbiamo già concordato che entro la fine di quest’anno non pagheremo più Israele. Ora, aiuteremo Israele se ne avrà bisogno. È stato un grande alleato», ha detto, «molto più affidabile della maggior parte».
Netanyahu, ha aggiunto Trump, ha sollevato lui stesso la questione «perché capisce che è uno dei punti di contesa». La sinistra, secondo il presidente, usa gli aiuti per segnare facili punti retorici contro Israele e contro i repubblicani che li sostengono. «Perché dovremmo subire gli attacchi di squilibrati come El-Sayed se non ne hanno bisogno? È un pessimo argomento… È quasi un bersaglio troppo facile».
Un aiuto spesso frainteso
Il quotidiano newyorkese ricostruisce la storia di un sostegno spesso mal compreso. Gli aiuti americani decollarono davvero solo dopo la vittoria israeliana nella guerra del 1967, quando lo Stato ebraico dimostrò di poter essere la potenza dominante nella regione. Ridurli è da tempo un obiettivo della destra israeliana: già nel 1996 Netanyahu avviò la graduale eliminazione degli aiuti economici. Dal 2008 resta soltanto quello militare, oggi pari a 3,8 miliardi di dollari l’anno, compresa la ricerca congiunta sulla difesa missilistica, con scadenza nel 2028.
Le inchieste del giornale, sottolinea l’editoriale, confermano che fu Netanyahu il primo a proporre di chiudere questo capitolo. Lo disse a Elliot Kaufman, firma del Wall Street Journal, nel 2024, e ne parlò con Trump nel 2025. L’idea è lasciarsi alle spalle ciò che resta del rapporto “patrono-cliente” nato negli anni Settanta, quando gli aiuti valevano circa il 10% del Pil israeliano: oggi pesano lo 0,5%. Al loro posto, investimenti comuni in ricerca e sviluppo militare da partner.
I dubbi iniziali del presidente
All’inizio Trump si era mostrato ricettivo. Ma quando Netanyahu ripropose il tema in un incontro nel dicembre 2025, il presidente non era convinto che porre fine agli aiuti fosse nell’interesse di nessuno dei due Paesi. Israele aveva dovuto destinare alla difesa il 6,5% del Pil nel 2025 e contava di usare i fondi americani per acquistare F-35, F-15, intercettori e altro ancora prima del 2028.
Anche sul fronte statunitense i vantaggi sono concreti: quasi tutti i 3,8 miliardi devono essere spesi in America, e gli Stati Uniti ottengono un accesso preferenziale alla tecnologia militare israeliana, tenendola lontana da mani cinesi e russe. Con una potenza dell’alta tecnologia e della difesa come Israele, che ha l’abitudine di imparare dall’esperienza di combattimento e di migliorare i sistemi americani, osserva il giornale, c’è un forte interesse nazionale a mantenere l’aiuto militare. Soprattutto se ristrutturato come investimento statunitense nella difesa missilistica, nelle tecnologie anti-drone, nella guerra sotterranea, nell’intelligenza artificiale e nel quantistico.
Un’uscita in più anni, non in due mesi
Alla fine Trump si è convinto: se Israele non vuole più gli aiuti, perché imporli? Le discussioni sono andate avanti verso un’eliminazione graduale in più anni, a partire dalla fine del 2026. Per questo, rileva il Wall Street Journal, la dichiarazione del presidente secondo cui tutto finirebbe entro due mesi ha colto di sorpresa gli israeliani.
Trump ha travisato il punto, si chiede l’editoriale, o lo ha presentato deliberatamente nel modo che riteneva politicamente più vantaggioso? Il presidente potrebbe pensare che gli giovi, forse presso i giovani elettori o presso la frangia molto online della sua base, apparire come colui che taglia i fondi a Israele.
Un cattivo segnale per lo Stato ebraico
Per il quotidiano, tutto questo è di cattivo auspicio per Israele, anche se Gerusalemme preferirebbe comunque «strappare il cerotto» con Trump e definire una relazione più sostenibile, piuttosto che vedersi tagliare gli aiuti per punizione da un presidente democratico ostile dopo il 2028.
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