Romano Prodi, sul Messaggero, torna sul problema dell’immobilismo dell’Unione europea, legato soprattutto alla regola dell’unanimità nel Consiglio europeo.
Un meccanismo che impedisce di prendere decisioni importanti e che appare quasi impossibile modificare, perché per abolire l’unanimità serve a sua volta l’accordo unanime degli Stati membri.
In queste condizioni, osserva Prodi, anche le proposte avanzate da Mario Draghi ed Enrico Letta rischiano di restare in larga parte inattuate.
A complicare il quadro è il nuovo squilibrio tra Francia e Germania, il motore storico dell’integrazione europea.
La Germania, spinta dalla guerra in Ucraina e dal cambiamento dei rapporti con gli Stati Uniti, sta aumentando fortemente gli investimenti nella difesa e nelle infrastrutture e mostra segnali di ripresa economica.
La Francia attraversa invece una fase di maggiore difficoltà, tra crescita debole, debito elevato e pressioni sulla spesa pubblica.
Una divergenza che sta indebolendo la tradizionale cooperazione franco-tedesca, anche nei grandi programmi della difesa.
Per Prodi, la ripartenza dell’Europa passa quindi dalla ricostruzione di una “fratellanza operativa” tra Parigi e Berlino e dalla capacità di trasferire a livello europeo le grandi decisioni politiche, economiche e militari, fino al delicato tema della deterrenza nucleare.
Di fronte alla competizione tra Stati Uniti e Cina, restare fermi significherebbe per l’Europa rischiare di essere progressivamente ridotta al ruolo di «vassallo».
Un progetto che oggi può apparire utopico, conclude Prodi, ma non più di quanto lo fosse, alle origini, la stessa costruzione europea.
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