Le saracinesche abbassate stanno svuotando i centri urbani italiani.
Nel Paese sono quasi mezzo milione i negozi sfitti, segno di una trasformazione silenziosa ma profonda delle nostre città.
È quanto emerge dall’ultimo studio di Confcommercio e Istituto Tagliacarne, riportato da La Stampa, che stima in 4,4 miliardi di euro la perdita economica legata al fenomeno.
“La desertificazione commerciale è una grave patologia del tessuto urbano che continua a colpire i negozi di vicinato”, si legge nell’analisi.
Un declino che, come racconta La Stampa, ridisegna il volto dei quartieri: le botteghe tradizionali lasciano spazio a strade senza vita e la chiusura delle vetrine storiche altera gli equilibri sociali ed economici, cambiando le abitudini quotidiane degli italiani da Nord a Sud.
I numeri di una crisi strutturale
I dati del 2025 descrivono una crisi che non è più congiunturale.
Su 2,7 milioni di attività censite, i locali sfitti sono 467.103, pari al 16,9% del totale.
Lo studio ha seguito l’evoluzione degli indirizzi operativi tra il 2011 e il 2023: in questo arco di tempo il piccolo commercio, alimentare e non, ha subito un colpo pesante, con oltre un quarto delle attività chiuse.
L’emorragia riguarda anche la ristorazione e i servizi: hanno abbassato definitivamente la serranda 29.586 bar, oltre 24 mila autofficine e quasi 40 mila ristoranti.
Mercerie e negozi per neonati i più colpiti
Entrando nel dettaglio, Mariano Bella, direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, descrive a La Stampa un mutamento epocale.
Il crollo più severo riguarda le mercerie, con il 37% di abbandoni, oltre duemila negozi persi. “Probabilmente se chiediamo a un ventenne che cos’è una merceria, lui non lo sa”, sintetizza l’esperto.
Sorte analoga per i negozi di articoli per l’illuminazione e di abbigliamento per neonati, calati di un terzo.
In profonda crisi anche i negozi di dischi, le edicole, i panifici, le calzature e l’ortofrutta.
Chi resiste all’onda d’urto
A tenere sono la grande distribuzione e i presidi essenziali.
Supermercati, discount e ipermercati mantengono posizioni solide, con tassi di sfitto rispettivamente del 14,6%, del 13,4% e del 9,9%.
Tra i negozi tradizionali, la mappa della tenuta premia le farmacie, baluardo con appena il 12% di serrande abbassate, e le tabaccherie, che riescono ad arginare i cali trasformandosi in veri e propri centri di servizi per il cittadino.
Segnali di vitalità arrivano anche dai negozi dedicati agli animali domestici.
Il divario territoriale
La frattura, sottolinea La Stampa, si manifesta con particolare crudezza sul piano geografico.
Nel Nord Ovest il tasso di abbandono si ferma al 13,6%, mentre al Sud sale al 20,8%, un dato che riflette anche un eccesso di offerta in alcune aree.
La forbice si allarga ulteriormente tra piccoli borghi e città.
Nelle zone rurali lo sfitto tocca il 24,3%, svuotando le piazze dei servizi primari, mentre nei centri maggiori l’incidenza si dimezza al 12,4%.
Un accentramento che, secondo lo studio, finisce per penalizzare l’Italia periferica.
Per saperne di più:

Sanità: 50 milioni di visite ed esami non erogati nel pubblico | Il dossier

Disumano chiamare Putin umanitario. La farsa sulla pelle degli ucraini | L’analisi del Times

La risposta shock a uno studente italiano riapre il caso della sicurezza dell’IA | L’analisi di Fede...

Comprare la prima casa è ancora la priorità degli italiani: il 76% delle famiglie vive in case di pr...

La capa della polizia di New York è sotto accusa e il sindaco Mamdani è in crisi | L’analisi del Wal...









