Milioni di italiani escono ogni anno dallo studio del medico di famiglia con una ricetta del Servizio sanitario nazionale in mano, ma per oltre due prescrizioni su tre il percorso nella sanità pubblica si interrompe lì.
Le liste d’attesa spingono i pazienti verso le strutture private, a pagamento pieno, oppure, nei casi peggiori, verso la rinuncia alle cure.
Secondo quanto ricostruito da La Stampa in un dossier firmato da Paolo Russo, si tratta di 24,5 milioni di prestazioni in sei mesi: circa 50 milioni nell’arco di un anno.
I numeri nascosti di Agenas
Il quadro emerge da una tabella che l’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ha inserito nel suo ultimo bollettino trimestrale sui tempi di attesa senza però darle particolare risalto.
Dati che, come sottolinea La Stampa, riguardano soltanto le 14 prime visite e i 22 esami diagnostici più richiesti tra quelli monitorati dall’Agenzia: la dimensione reale del fenomeno, quindi, potrebbe essere ancora più ampia.
Nel primo semestre 2026 in Italia sono state compilate 38,8 milioni di prescrizioni per le prestazioni monitorate, pari a 659 ricette ogni mille abitanti.
Di queste, 20,6 milioni sono state “prese in carico”, cioè trasformate in un appuntamento, anche se spesso in tempi lontanissimi.
Quelle effettivamente erogate nel pubblico sono appena 14,1 milioni: poco più di una su tre.
L’Italia a due velocità
Le differenze territoriali sono marcate.
Il fanalino di coda è il Lazio, dove soltanto il 21,9% delle ricette si traduce in una visita o in un accertamento.
Seguono Sardegna (27,3%) e Puglia (28,2%), le uniche altre Regioni sotto la soglia del 30%.
In vetta alla classifica si trovano invece Veneto (51,7%) e Provincia autonoma di Bolzano (51,6%), seguiti da Friuli Venezia Giulia (46,1%) ed Emilia-Romagna (44,8%).
Nella fascia intermedia compaiono anche grandi Regioni come la Lombardia, ferma al 35%, mentre la Campania raggiunge il 43,3%.
Il Piemonte si attesta al 37,8%.
L’assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi, ha voluto precisare al quotidiano torinese che, se il Piemonte è tra gli ultimi per i primi accessi, è invece primo in classifica per i controlli, con 279,7 prestazioni erogate ogni 426 prescrizioni per mille abitanti.
Code, rinunce e un miglioramento solo apparente
Ciò che le statistiche da sole non riescono a spiegare è il motivo per cui un cittadino si metta in fila dal proprio medico per ottenere una ricetta che dà diritto a una prestazione gratuita, per poi lasciarla cadere nel vuoto.
Il paradosso è ancora più evidente se si guarda al bollettino Agenas aggiornato a fine settembre, che descrive liste d’attesa in leggero miglioramento.
Per le prime visite, le prenotazioni effettuate entro i tempi massimi previsti dalla legge sono salite dal 76,9% al 78,6%, mentre per gli esami diagnostici si è passati dall’83,3% registrato nello stesso periodo del 2025 all’85%.
Un progresso che, tradotto in numeri assoluti, significa comunque che circa 4 milioni di prestazioni vengono offerte oltre i tempi di garanzia.
I trucchi per rientrare nei tempi
C’è poi un altro elemento da considerare: questi dati sono autocertificati dalle Regioni, mentre le prestazioni che “scompaiono” dalla sanità pubblica sono ricavate dalla tessera sanitaria, che fotografa con precisione l’andamento reale.
Come spiega La Stampa, non significa che le Regioni comunichino cifre false, ma quei numeri nascondono spesso stratagemmi che consentono di far rientrare nei tempi massimi di attesa anche ciò che li supera.
Il più diffuso è quello di spingere i medici a indicare sulla ricetta la lettera “P”, che sta per “programmabile” e consente di erogare la prestazione entro 120 giorni.
Un tempo accettabile per un controllo, ma non per una prima visita o un primo accertamento diagnostico.
Secondo i tecnici, le prestazioni programmabili per i primi accessi non dovrebbero superare il 7% delle prescrizioni: dal bollettino Agenas risulta invece che sono una su tre, il 34,9% per l’esattezza.
Anche qui la media nazionale non racconta le diverse realtà regionali.
Toscana (6,1%), Piemonte (8,8%) ed Emilia-Romagna (9,3%) restano entro una soglia più o meno accettabile.
Altre sei Regioni, invece, classificano come erogabili entro quattro mesi più della metà delle prestazioni: Lombardia (52,5%), Lazio (52,9%), Calabria (66%), Molise (73,7%), Campania (76,2%) e Basilicata.
Quest’ultima, con l’85,4% di ricette “programmabili”, detiene guarda caso anche il record di prestazioni erogate nei tempi, con il 99% delle prime visite.
Agende chiuse e “galleggiamento”
A tutto questo si aggiungono pratiche che, sottolinea il quotidiano, non sono mai passate di moda.
La prima è la chiusura delle agende di prenotazione, vietata dalla legge.
La seconda è il cosiddetto “galleggiamento”: il Cup comunica al paziente che al momento non ci sono date disponibili e promette di richiamarlo per fissare un appuntamento, a distanza di un tempo indefinito.
Un meccanismo che consente di far figurare la prestazione come rispettosa dei termini di legge, quando in realtà non lo è.
Per saperne di più:

Disumano chiamare Putin umanitario. La farsa sulla pelle degli ucraini | L’analisi del Times

La risposta shock a uno studente italiano riapre il caso della sicurezza dell’IA | L’analisi di Fede...

Comprare la prima casa è ancora la priorità degli italiani: il 76% delle famiglie vive in case di pr...

La capa della polizia di New York è sotto accusa e il sindaco Mamdani è in crisi | L’analisi del Wal...

Come si gestisce una banca in zona di guerra? Il caso PrivatBank in Ucraina | L’analisi dell’Economi...









