Tariffe «urbi et orbi», deficit al 6%, stretta sull’immigrazione e il caro carburanti legato alla guerra all’Iran: secondo l’economista Salvatore Rossi, su La Stampa, sono stati i conti di casa, più dell’ICE e della politica estera, a far cambiare campo a milioni di elettori americani
Gli analisti lo ripetevano da tempo: le elezioni di midterm si sarebbero decise sull'economia più che sulla politica. Ed è andata così, «in una misura anche superiore a quella sperata dai più ferventi democratici americani». È la tesi che Salvatore Rossi sviluppa in un'analisi pubblicata su La Stampa, dove ripercorre la politica economica dei primi due anni del secondo mandato di Donald Trump per capire quali danni abbia prodotto all'economia americana, tali da convincere milioni di elettori a cambiare campo.
Di argomenti politici per votare contro Trump e i repubblicani, osserva Rossi, «ce n'erano a bizzeffe»: dalla politica estera agli eccessi delle squadre dell'ICE, l'agenzia federale per il contrasto all'immigrazione irregolare. Ma, a parte i sostenitori «a prescindere», l'americano medio può restare distratto o indifferente davanti a questi temi. Se invece gli tocchi il prezzo dei carburanti, è probabile che ti si rivolti contro.
I dazi, una tassa sui consumatori americani
La mossa più visibile, e forse la più importante, è stata l’imposizione di dazi «urbi et orbi»: secondo Rossi, una decisione «drammaticamente sbagliata da ogni punto di vista». Un dazio su un bene importato è infatti una tassa sull’acquirente americano di quel bene. Solo nel raro caso in cui il prodotto estero sia perfettamente sostituibile con uno fabbricato negli Stati Uniti il venditore straniero sarebbe costretto ad abbassare il prezzo nella stessa misura per non perdere il mercato. Nella norma, invece, gran parte dell’onere ricade sul consumatore americano: i dazi hanno quindi un effetto inflazionistico interno significativo.
Il «big beautiful bill» e i conti pubblici
Il secondo pilastro è stato il cosiddetto big beautiful bill, centrato su riduzioni delle imposte e incentivi agli investimenti. Per l'economista si tratta di un ritorno alla «fallimentare economia dell'offerta», secondo la quale lo stimolo all'economia avrebbe più che riequilibrato il bilancio pubblico. Il risultato è opposto: il bilancio federale è oggi gravemente squilibrato, con un deficit del 6% e un debito pubblico vicino al 100%. Gli investitori in titoli del Tesoro cominciano a innervosirsi e chiedono rendimenti più alti, aggravando la spesa per interessi: una spirale che gli italiani conoscono bene.

La stretta sull'immigrazione e il lavoro
Altre due scelte, pur non appartenendo direttamente alla politica economica, hanno avuto conseguenze economiche rilevanti. La prima è il contrasto ai flussi migratori: nato da motivazioni di politica interna, ha l'effetto di restringere l'offerta di lavoro, rendere più difficile trovare manodopera in settori come agricoltura e costruzioni e, in ultima analisi, ridurre il PIL potenziale e la produttività a parità di condizioni. È improbabile, ammette Rossi, che gli elettori abbiano colto questi risvolti; ma ciò non toglie che il prezzo pagato dall'economia non sarà trascurabile.
La guerra all'Iran e il pieno di benzina
La seconda è la guerra all’Iran. Nelle intenzioni di Trump non avrebbe dovuto avere implicazioni economiche, e invece ne ha avute di molto rilevanti per le scelte di numerosi elettori. «Molti dei quali a stento sanno dove stia l’Iran sulla mappa del mondo», scrive l’economista, «ma fanno periodicamente il pieno alla più vicina pompa di benzina».
I numeri parlano chiaro: a settembre l'inflazione al consumo negli Stati Uniti era al 3,7%, ma nella sola componente energetica superava il 20%. Il conflitto ha prodotto, direttamente o indirettamente, forti scossoni all'offerta e ai prezzi internazionali del petrolio, soprattutto per le persistenti difficoltà di transito nel Golfo Persico e nel Mar Rosso delle petroliere. Scossoni arrivati fino agli Stati Uniti: secondo una stima recentissima della Brown University, le famiglie americane hanno pagato in media quasi 640 dollari in più per la benzina rispetto a quanto avrebbero speso senza la guerra.
Il verdetto delle urne
Un argomento molto forte nell'orientare il voto. La conclusione di Rossi su La Stampa è netta: i disastri economici di Trump si sono ritorti contro i repubblicani in queste elezioni più delle sue intemperanze politiche. Una lezione che va oltre i confini americani: quando il conto della crisi arriva alla pompa di benzina e allo scaffale del supermercato, gli elettori presentano il conto a chi governa.
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