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HDFC Bank, la sfida di Anup Bagchi: rimettere in carreggiata la più grande banca privata indiana dopo la fusione, il calo in Borsa e i dubbi sulla governance

Dopo la fusione con HDFC i conti si sono complicati, la governance è finita sotto esame e il titolo ha perso un terzo del valore.

Al nuovo amministratore delegato, cresciuto nella rivale ICICI, tocca una lunga operazione di “controllo dei danni”

Quando nel 1995 HDFC Bank aprì il suo primo ufficio di fortuna, ricavato in un vecchio cotonificio di Mumbai, i topi rosicchiavano i cavi dei computer fissati al pavimento con il nastro adesivo.

Le graffette venivano contate una per una, le riunioni si tenevano all’ombra di un albero di pipal e, anche quando la banca cominciò a crescere, ai dipendenti si chiedeva di portarsi da casa la tazza per il tè.

Lo racconta The Economist, che ricostruisce la parabola dell’istituto e le difficoltà che attendono il suo nuovo vertice.

Quella prudenza, osserva il settimanale britannico, ha pagato.

HDFC Bank è diventata in breve tempo un’istituzione formidabile, nota per l’efficienza, per un credito conservativo, per uno stretto controllo delle sofferenze e per profitti costanti.

Oggi è il più grande istituto di credito privato dell’India.

Ma Anup Bagchi, che ha assunto la guida della banca come amministratore delegato il 27 ottobre, ha ereditato una situazione complessa.

La fusione che doveva cambiare tutto

Nel 2023 la fusione da 40 miliardi di dollari con Housing Development Finance Corporation (HDFC), la società di credito immobiliare collegata, ha dato vita a una delle banche più grandi del mondo.

La logica dell’operazione, scrive The Economist, era convincente: i depositi a basso costo dei conti correnti e di risparmio di HDFC Bank avrebbero potuto finanziare il vasto portafoglio di mutui di HDFC, che fino ad allora si era appoggiata a fonti più onerose come obbligazioni, prestiti bancari e depositi a lungo termine.

L’istituto allargato avrebbe inoltre potuto vendere mutui, carte e polizze assicurative a una platea di clienti molto più ampia.

La realtà si è rivelata più dura.

Il rapporto tra prestiti e depositi è balzato dall’85% al 108%, facendo salire il costo della raccolta e comprimendo il margine di interesse.

I requisiti di liquidità, che obbligano le banche a parcheggiare fondi presso la Reserve Bank of India (RBI) e in titoli di Stato, sono diventati più gravosi, perché in quanto società di mutui HDFC era esentata da alcune delle regole più severe applicate agli istituti bancari.

Il peso del contesto

A queste difficoltà si sono sommate, secondo il settimanale, forze più ampie che hanno colpito l’intero sistema bancario indiano.

I risparmiatori hanno cominciato a spostare il denaro dai conti poco remunerativi ai fondi comuni, grazie ad applicazioni sempre più semplici da usare, costringendo le banche a offrire rendimenti più generosi.

Nel febbraio 2025, poi, la RBI ha iniziato a tagliare il tasso di riferimento dopo averlo mantenuto stabile per due anni, salvo invertire la rotta solo di recente.

Mentre i tassi sui prestiti scendevano, spiega a The Economist Nitin Aggarwal della società di servizi finanziari Motilal Oswal, le banche continuavano a pagare sui depositi i tassi più alti fissati in precedenza.

I dubbi sulla governance

Sotto la lente è finita anche la governance di HDFC Bank.

A sollevare interrogativi è stato persino il suo presidente, Atanu Chakraborty, che a marzo si è dimesso citando divergenze su “valori ed etica”.

La RBI non ha riscontrato prove di comportamenti scorretti.

A luglio, però, il consiglio di amministrazione ha multato tre dirigenti per 100.000 rupie ciascuno, circa 1.050 dollari, dopo che la banca avrebbe convogliato 450 milioni di rupie verso un’agenzia statale per la costruzione di strade, ufficialmente per sponsorizzare una campagna sulla sicurezza.

Secondo quanto riportato da The Economist, la somma avrebbe corrisposto alla differenza tra il tasso formale sui depositi e quello, più alto, promesso all’agenzia.

Non solo ombre

Negli ultimi dodici mesi il titolo ha perso un terzo del suo valore.

Ma il quadro, sottolinea il settimanale, non è soltanto negativo.

Nell’anno chiuso a settembre i prestiti sono cresciuti del 16% e i depositi di quasi il 19%, sostenuti anche da un programma della RBI per attrarre depositi in valuta estera.

Nell’ultimo trimestre l’utile netto è salito del 5% su base annua, a 195 miliardi di rupie.

Il rendimento del capitale proprio, indicatore della redditività, si è attestato al 14%: un risultato tutt’altro che modesto, ma inferiore al 17% registrato l’anno prima della fusione.

Le priorità del nuovo capo

Da dove dovrebbe cominciare Bagchi per guadagnarsi il compenso annuo, che può arrivare fino a 3,7 milioni di dollari?

Per Tamal Bandyopadhyay, autore di due libri su HDFC Bank, le priorità sono “cambiare la cultura e ricostituire il bacino di talenti”.

“I livelli alti e medi della banca sono stati dilaniati dalle fazioni negli ultimi anni”, afferma a The Economist, ricordando che molte “vittime del fuoco incrociato” hanno lasciato l’istituto.

Bagchi ha trascorso 34 anni nel gruppo ICICI, il più agguerrito concorrente di HDFC Bank, dove ha guidato le attività di intermediazione mobiliare e assicurazione vita e ha contribuito a costruire la rete bancaria.

Il rilancio, però, potrebbe richiedere tempo.

Le grandi aggregazioni bancarie dimostrano che “un bilancio più grande, da solo, non garantisce rendimenti più elevati”, osserva nell’analisi del settimanale Devang Rajkotia dell’agenzia di rating Moody’s.

Un banchiere che ha presentato proposte a Bagchi ne elogia l'”attenzione ai dettagli”.

Ne avrà bisogno.

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