Dalle piazze di Belgrado arriva un messaggio che va ben oltre i confini serbi. Lo sostiene Nathalie Tocci in un’analisi pubblicata su La Stampa, nella quale la politologa mette a confronto le mobilitazioni giovanili che negli ultimi anni hanno attraversato l’Europa. Gli studenti serbi e i loro coetanei in Francia, Italia, Albania, Spagna e altrove, osserva Tocci, condividono visione e impegno, ma non ancora perseveranza e strategia. Ed è proprio questo, secondo l’analisi, a fare la differenza tra vittoria e sconfitta, come dimostra il successo elettorale schiacciante della Lista degli studenti in Serbia.
Da Novi Sad alle urne
La Lista degli studenti serbi non è nata dal nulla. I ragazzi hanno cominciato a mobilitarsi contro il governo di Aleksandar Vučić alla fine del 2024. La scintilla fu il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, una tragedia diventata il simbolo della corruzione endemica di un regime sempre più autoritario. Contro Vučić, i giovani hanno proposto la visione di una Serbia democratica, fondata sullo Stato di diritto e integrata nell’Unione europea.
Una visione comune ai giovani europei
Secondo Tocci, quella dei ragazzi serbi è una visione che converge con quella di molti altri giovani europei. Come quelli che nel 2019 si mobilitarono per l’azione e la giustizia climatica con i Fridays for Future, o quelli scesi in piazza in tutta Europa contro i crimini di guerra di Israele a Gaza. Oppure i giovani albanesi del movimento dei fenicotteri, che si oppongono al progetto immobiliare di Jared Kushner, genero di Donald Trump, considerato emblema di corruzione e di sfregio ambientale. E infine coloro che oggi manifestano in Francia, Belgio, Spagna e Italia per chiedere investimenti nella scuola, affitti accessibili e misure più incisive contro il carovita. Una visione, sottolinea l’autrice, di democrazia, uguaglianza e giustizia sociale, ambientale, internazionale e intergenerazionale, che si esprime attraverso la mobilitazione di piazza.
Dove finiscono le somiglianze
Qui, però, si fermano le analogie. Le manifestazioni per il clima durarono diversi mesi e si cristallizzarono nei Fridays for Future, contribuendo a ispirare il Green Deal europeo. Ma con l’avanzata dell’estrema destra e l’annacquamento del Green Deal, nonostante un cambiamento climatico galoppante, quel movimento è rimasto in silenzio: nel frattempo si era dissolto e l’attenzione dei giovani si era spostata su un’altra causa, la Palestina. Anche in quel caso, ricorda Tocci, ci sono state azioni concrete, come la Global Sumud Flotilla, una mobilitazione arrivata a un passo dallo spingere l’Unione europea a sospendere l’accordo di associazione con Israele. Poi è arrivato il cessate il fuoco a Gaza. La violenza nei territori palestinesi occupati continua, gli aiuti umanitari scarseggiano e della ricostruzione non c’è traccia. Eppure i giovani non sono più tornati in massa in piazza per Gaza, mentre la complicità dei governi europei prosegue indisturbata.
Le due lezioni
È presto, scrive l’analista, per capire se le mobilitazioni giovanili di queste settimane per l’istruzione, la casa e il carovita proseguiranno, se e come evolveranno e, soprattutto, se otterranno risultati concreti. Ma due lezioni si possono già trarre.
La prima è che i giovani restano spesso inascoltati. Hanno una visione e sono più impegnati di quanto adulti e anziani siano disposti a riconoscere, eppure ignorarli è fin troppo facile. È facile perché gli adolescenti non possono votare e i maggiorenni, pur avendo il diritto di voto, spesso non lo esercitano perché non si sentono rappresentati. E vengono ignorati perché, in un Paese di anziani, il loro peso demografico, e quindi politico, è minore. I partiti, osserva Tocci, hanno più interesse ad ascoltare i pensionati che gli studenti.
La seconda lezione emerge dal confronto tra queste proteste. La tentazione di ignorare i giovani non appartiene solo a un regime autoritario come quello di Vučić, ma a qualunque governo democratico. I giovani serbi, però, non l’hanno permesso. Hanno mantenuto la pressione della piazza non per settimane o mesi, ma per anni. E non si sono fermati lì: si sono organizzati in una lista politica e si sono presentati alle elezioni, risvegliando un sentimento democratico in tutto il Paese e vincendo con il 52,2% dei voti, grazie a un’affluenza senza precedenti.
È questo, conclude Tocci su La Stampa, ciò che i giovani serbi hanno capito e che tutti i giovani europei dovrebbero imparare: visione e impegno politico sono solo il primo passo. Sono la perseveranza e la strategia a trasformare un grido inascoltato in un cambiamento politico epocale.
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