Il grido di dolore dei banchieri davanti all’ennesimo prelievo chiesto dal governo Meloni-Giorgetti ha avuto voci illustri: prima il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, poi l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Ma secondo Stefano Fassina, che ne scrive sul quotidiano Domani, il punto non è la legittimità di chiedere di più a chi guadagna di più. Il problema è il metodo: in un contesto politico corporativo, privo di principi di giustizia fiscale, il comportamento di chi governa diventa arbitrario e opaco, sempre a caccia di risorse.
La legge del più forte
Per Fassina, alla radice c’è una cultura economica corporativista che l’attuale esecutivo ha ereditato quasi geneticamente. La destra al governo, osserva Domani, legge la società come un insieme di corporazioni: dalle più forti, come banchieri, petrolieri e produttori di armi, alle altre, cioè professionisti dei singoli ordini, artigiani, commercianti, coltivatori diretti, concessionari balneari, camionisti, ambulanti e tassisti. La politica fiscale, di conseguenza, smette di guardare alla persona fisica o giuridica come vorrebbero il liberalismo e la Costituzione. I provvedimenti, in un senso o nell’altro, vengono ritagliati su misura: più una corporazione è potente, più le misure vengono contrattate con i suoi vertici.
Così, ricostruisce Fassina, dal 2022 a oggi per recuperare risorse si è chiesto prima un contributo di solidarietà a un settore, poi un price cap a un altro, quindi un nuovo obolo a chi era già stato colpito o ad altre categorie ben pasciute. Nessun criterio sulla misura dell’intervento: tutto dipende dai rapporti di forza e dalla disponibilità a scambiare sostegno finanziario e consenso elettorale.
Un prelievo giusto
Eppure, sottolinea l’analisi pubblicata da Domani, i mega profitti e gli enormi utili distribuiti agli azionisti nell’ultimo quinquennio sono concentrati in alcuni comparti, bancario, assicurativo, energetico, difesa, hi-tech e farmaceutico, ma sono presenti a macchia di leopardo in tutta l’economia. Di solito derivano da rendite generate da fattori fuori dal controllo di proprietà e management, come le turbolenze geopolitiche e le guerre. A questo si somma lo squilibrio nella distribuzione primaria del reddito: negli ultimi anni i salari reali sono stati tagliati del 10 per cento.
Per Fassina, quindi, un prelievo aggiuntivo è giusto e necessario. Ma va realizzato nel rispetto dei cardini delle democrazie costituzionali, recuperando un paradigma generale fatto di regole universali, chiare e discusse pubblicamente.
La proposta della doppia aliquota
La soluzione indicata è una tassazione a doppia aliquota, la cosiddetta dual income tax: una prima aliquota, identica a quella attuale del 24 per cento, sui profitti ordinari; una seconda, più alta e da definire, sui profitti che superano la soglia ordinaria. Non si tratta di un’idea nuova. Fu introdotta, ricorda Fassina su Domani, in uno dei pochissimi atti davvero riformisti della Seconda Repubblica, dal ministro Vincenzo Visco con il decreto legislativo 466 del 18 dicembre 1997, poi rapidamente abrogato dal governo Berlusconi-Tremonti. Quella riforma definiva, dopo analisi e confronti approfonditi, gli utili ordinari come pari ai rendimenti finanziari medi dei titoli obbligazionari pubblici, maggiorati per tenere conto del rischio d’impresa.
La progressività che non c’è
Il corporativismo della destra, prosegue l’analisi, si manifesta anche sul versante della riduzione delle imposte. Si moltiplicano le flat tax con aliquote ad hoc per ogni tipologia di reddito: dal lavoro autonomo e professionale (15 per cento, o 5 per cento per i primi cinque anni di attività) agli affitti (21 per cento, o 10 per cento per i canoni concordati), fino alle plusvalenze e ai redditi da capitale (26 per cento), per citare solo le principali.
Il risultato, secondo Fassina, è che la progressività sancita dall’articolo 53 della Costituzione vale ormai, in sostanza, solo per i redditi da lavoro dipendente e da pensione. E chi dovrebbe rappresentare gli interessi di questa vasta platea vessata, invece di attaccare una giungla tributaria sempre più fitta, si rassegna o addirittura brinda, da riformista convinto, quando riceve le briciole: una flat tax sugli aumenti contrattuali o sui premi di produttività. In questo modo, oltre a svuotare la Costituzione, si legittima il prosciugamento delle fonti del welfare.
La conclusione dell’intervento su Domani è un appello politico: rilanciare la progressività fiscale potrebbe essere un impegno condiviso e non controverso nel programma della coalizione progressista.
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