La dipendenza dal mercato spot espone il Vecchio Continente ai rincari del gas, mentre gli Stati Uniti consolidano il loro dominio energetico
Il calo delle temperature, con gli stoccaggi europei pieni soltanto al 75% e nuove pressioni sui prezzi, rischia di rendere ancora più pesante il conto energetico dell’Unione. Ma intanto, come ricostruisce Roberta Amoruso su Il Messaggero, vale già almeno 12 miliardi di euro il rincaro che quest’anno grava sulla bolletta europea considerando soltanto gli acquisti di gas naturale liquefatto, soprattutto americano, da parte dei Paesi Ue importatori.
È questo il costo della guerra del Golfo. E lo è nonostante la domanda di Gnl in Europa sia scesa, per forza di cose, di ben 24 milioni di tonnellate: l’equivalente di 32 miliardi di metri cubi, cioè circa la metà dei consumi annuali di gas dell’Italia, a causa del collo di bottiglia di Hormuz. Si tratta praticamente di un terzo dei maggiori costi stimati da Rystad Energy per tutto il mondo, pari a 39 miliardi, con un aumento del 18%.
Il peso del mercato spot
C’è però un motivo preciso per cui l’Europa paga il prezzo più alto del mondo dall’inizio della guerra in Iran, e non ha a che fare soltanto con la sua dipendenza dagli approvvigionamenti esteri. Un altro punto debole del Vecchio Continente, spiega Il Messaggero, è la forte esposizione al cosiddetto mercato “spot”, quello legato a doppio filo ai prezzi che fluttuano ogni giorno.
Se le quotazioni internazionali salgono, l’Europa finisce per pagarne tutti gli effetti, perché deve coprire con più flussi, a colpi di diversificazione, il Gnl che manca: per esempio quello del Qatar, dove si stima per quest’anno un buco di 20 tonnellate sulle 24 programmate. Così, per comprare più Gnl dagli Stati Uniti, l’Europa paga fino a otto volte il prezzo segnato dal Ttf europeo, arrivato a quota 97 euro a megawattora, mentre negli Usa lo stesso gas costa l’equivalente di 8 euro a megawattora. Non un affare da poco, visto che dall’inizio della guerra il prezzo del gas nell’Unione è più che triplicato, con un aumento del 200% nell’ultimo anno.
Tutto questo accade perché i Paesi europei sono più esposti del resto del mondo, e quindi più vulnerabili, alla volatilità dei prezzi. L’Europa compra circa il 65% del suo Gnl sul mercato spot, mentre solo un quarto dei suoi contratti è a lungo termine, la classica copertura anti-rincaro, e indicizzato ai prezzi del gas.
Perché? La ragione, secondo l’analisi del quotidiano romano, va cercata nel Green Deal: l’Europa ha spinto i suoi Paesi a fare acquisti di gas perlopiù sul mercato spot, senza impegni pluriennali, considerati incompatibili con la politica green che punta da anni alla riduzione dell’utilizzo del gas.
Il confronto con l’Asia
Al contrario, l’Asia orientale sta affrontando meglio l’emergenza proprio per il tipo di contratti stipulati. La stessa ricerca di Rystad Energy mostra che l’82% dei contratti Gnl a lungo termine nell’Asia orientale è legato al petrolio, il cui prezzo è aumentato molto meno rispetto a quello spot del gas. Questi contratti sono cresciuti di circa il 28%, contro il 72% di quelli legati ai prezzi di riferimento degli hub e del mercato spot.
Fino a che punto la vulnerabilità dell’Europa si farà sentire sui prezzi con l’abbassarsi delle temperature? Per gli analisti, riporta Il Messaggero, il superamento della soglia dei 100 euro a megawattora è solo questione di ore. Da lì in poi dipenderà dalla domanda di gas e dall’inevitabile speculazione alla quale è esposto il Ttf di Amsterdam. La società di consulenza Energy Aspects, citata da Bloomberg, vede i prezzi europei anche a quota 200 euro, nel caso in cui un inverno molto freddo amplifichi gli effetti delle prolungate interruzioni delle forniture dal Medio Oriente.
Sarebbe una sentenza per la competitività dell’industria, contro la quale l’Europa finora non ha messo in campo una vera risposta. L’Italia punta su un tetto al prezzo del gas, intorno ai 60 euro a megawattora, che però, se tutto andrà bene con l’iter a Bruxelles, non partirà prima di gennaio.
La dominanza energetica americana
Nel frattempo, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia avverte che nel 2027 non si tornerà alla situazione precedente alla guerra in Iran, gli Stati Uniti continuano a puntare sul loro ruolo di protagonisti del mercato energetico. La fusione tra EQT e la rivale Range Resources, destinata a creare il più grande colosso americano nella produzione ed esportazione di Gnl, da 50 miliardi, è solo l’ennesimo segnale di un’America che consolida il proprio dominio. La società nata dalla fusione produrrà l’equivalente di circa il 7% della produzione totale di gas degli Stati Uniti e disporrà di oltre 30 anni di inventario di perforazione su quasi 3 milioni di acri netti.
La costruzione del dominio americano, sottolinea Il Messaggero, si legge però anche in altri numeri. La produzione statunitense di greggio è passata da 5,5 milioni di barili al giorno nel 2010 a quasi 14 milioni oggi, circa un quinto delle forniture globali, mentre il Paese rappresenta anche più di un quarto delle esportazioni mondiali di Gnl. Nessun’altra nazione ha mai occupato una posizione così dominante.
Non c’è dubbio, dunque, che Donald Trump abbia centrato l’obiettivo dichiarato al momento del suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025: la “dominanza energetica” tra petrolio, Gnl e carburanti. Ma questo non basta a controllare i prezzi per gli americani. Il Brent è tornato a un soffio dal picco di marzo, 118 dollari al barile, attestandosi intorno ai 110, anche se resta lontano dai 145 dollari del 2008. E questo nonostante i flussi da Hormuz siano ripresi.
Il motivo è semplice: petrolio, Gnl e carburanti sono scambiati a livello internazionale, e i produttori statunitensi li vendono a prezzi determinati dalla domanda e dall’offerta globali. Per gli americani, dunque, non ci sono sconti. Nemmeno alle soglie delle elezioni di Midterm.
Per saperne di più:

Extracomunitari in Italia: nel 2025 crescono i permessi di soggiorno del 47,2% e calano le domande d...

Le città più felici non sono le più ricche | L’analisi

L’Intelligenza Artificiale ha travolto la matematica | L’analisi dell’Economist

La sentenza italiana scritta con l’IA è valida | L’analisi

Starlink, l’amara lezione per l’Europa | Lo scenario del Financial Times








