Gli hyperscaler guidano la corsa agli investimenti, ma l’energia diventa il vero collo di bottiglia. E l’Europa rischia di perdere terreno
Il mercato globale dei data center vale già oltre 500 miliardi di dollari e potrebbe superare quota 1.450 miliardi entro il 2035, con una crescita media annua superiore all’11% nel decennio. È quanto emerge dalle stime di Frost & Sullivan riportate da Nòva 24 del Sole 24 Ore, in un’analisi firmata da Gianni Rusconi che prende in esame tutte le componenti dell’infrastruttura: edifici e capacità di calcolo, server e acceleratori, reti e sistemi di archiviazione, alimentazione elettrica, gruppi di continuità, generatori, impianti di raffreddamento e software di gestione.
Il motore dell’espansione sono soprattutto gli hyperscaler, i grandi operatori cloud che stanno trainando il boom dell’intelligenza artificiale. Secondo quanto riferisce Il Sole 24 Ore, nel 2025 gli otto maggiori provider avrebbero investito complessivamente oltre 316 miliardi di dollari nei data center, con un incremento del 185% rispetto al 2023. La spesa in conto capitale dei primi quattro, Amazon, Alphabet (Google), Meta e Microsoft, è passata dai circa 86 miliardi del 2023 a oltre 280 miliardi alla fine dello scorso anno, e Frost & Sullivan prevede che possa più che raddoppiare entro la fine del 2026, avvicinandosi e probabilmente superando quota 600 miliardi.
La classifica della spesa 2025 vede in testa Alphabet con Google Cloud (76,5 miliardi di dollari), seguita da Microsoft con Azure (72), Amazon con AWS (68,25) e Meta (64,6). Molto più distanziati ByteDance (14,42), Tencent Cloud (8,75), Alibaba Cloud (8,4) e Apple (3,38). Nel mix degli investimenti hyperscale, cioè i capitali destinati alla costruzione e all’espansione dei data center su larghissima scala, l’intelligenza artificiale pesa già per il 77%: un dato che gli esperti considerano particolarmente significativo.
La geografia della spesa
Sul piano geografico, la spesa resta concentrata nelle Americhe, che nel 2025 hanno rappresentato il 46,3% del totale. L’area Asia-Pacifico ha generato il 29% degli investimenti e la regione Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) il 24%. Ma è proprio l’Apac, secondo le previsioni di Frost & Sullivan citate da Nòva 24, a mostrare le prospettive di crescita più solide per il prossimo decennio, fino al 2035: un tasso annuo composto del 13% per la componente hyperscale e del 19% per la colocation, il servizio con cui un operatore mette a disposizione di altre aziende spazi, rack, alimentazione e connettività. In area Emea la crescita della colocation si ferma al 13%.
La domanda cambia natura
La dimensione della domanda, però, non si traduce automaticamente in capacità pronta all’uso. Con l’aumento dei carichi di lavoro legati all’uso massivo dell’intelligenza artificiale, progettare un data center significa combinare in modo sinergico potenza di calcolo e disponibilità energetica. «La domanda sta cambiando», spiega a Il Sole 24 Ore Gautham Gnanajothi, senior vice president Data Centre Vertical e Global Head of Best Practices Analytics di Frost & Sullivan. «Non è più soltanto quanta capacità di elaborazione posso installare, ma quanta ne posso alimentare e raffreddare e come posso far funzionare l’intero sistema in modo economicamente sostenibile. Economicità è la parola chiave».
I carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale spingono infatti la potenza richiesta dai sistemi oltre i livelli tradizionali e mettono sotto pressione l’intera infrastruttura, chip compresi, imponendone di fatto la riprogettazione. Frost & Sullivan individua tre passaggi in questa evoluzione. Il primo è l’adeguamento delle server farm esistenti, con l’aggiunta di capacità AI dove la struttura lo consente. Il secondo è la costruzione di impianti modulari progettati appositamente per carichi ad alta densità e predisposti per il raffreddamento a liquido. Il terzo è il “campus AI nativo”, nel quale l’approvvigionamento energetico diventa parte integrante del progetto, con generazione in sito, sistemi di accumulo e una gestione più dinamica del rapporto con la rete.
L'industrializzazione del data center
Gnanajothi definisce questa nuova fase come una “industrializzazione del data center”: la priorità oggi è spostare parte del lavoro di costruzione dai cantieri tradizionali a processi di produzione ripetibili e standardizzati, perché la velocità con cui si porta capacità di calcolo sul mercato è essenziale. «Per questo», aggiunge l’esperto nell’intervista al quotidiano economico, «si stanno diffondendo approcci modulari, prefabbricati e integrati in fabbrica, sia per le infrastrutture elettriche sia per quelle meccaniche, e cresce il peso dei sistemi di monitoraggio e di manutenzione predittiva chiamati a coordinare impianti sempre più complessi». La scalabilità dei data center AI passa dunque dalla realizzazione di infrastrutture capaci di modulare i consumi e di dialogare con la rete, intrecciando potenza computazionale, energia e tempi di realizzazione.
Il nodo energetico e il ritardo europeo
Se l’evoluzione descritta da Frost & Sullivan è strettamente legata alla disponibilità di elettricità, uno studio di Roland Berger, citato da Nòva 24, ha calcolato che la capacità globale dei data center potrebbe quasi quadruplicare, passando dagli 88 gigawatt del 2025 ai 341 gigawatt stimati nel 2035. Il condizionale è d’obbligo, perché i tempi necessari per rendere operativi gli impianti restano un ostacolo, soprattutto in Europa, dove l’allaccio alla rete può richiedere fino a sette anni, contro uno-tre anni negli Stati Uniti.
È un ritardo che aggiunge incertezza agli investimenti: i capitali vanno impegnati sulla base di indicatori, come la domanda di calcolo e i costi energetici, che potrebbero non essere più in linea con il mercato al momento dell’entrata in funzione delle nuove strutture. La scommessa finanziaria è già consistente. Secondo lo studio di Roland Berger riportato da Il Sole 24 Ore, i cinque maggiori hyperscaler considerati (ai quattro già citati si aggiunge Oracle) prevedono investimenti complessivi per 755 miliardi di dollari entro la fine del 2026 e nel 2025 hanno emesso oltre 120 miliardi di debito, circa quattro volte la media storica.
Per l’Europa la sfida è quindi attrarre nuovi impianti e, al tempo stesso, accelerare reti e connessioni. Senza un adeguamento delle infrastrutture energetiche, il Vecchio Continente rischia di perdere terreno proprio mentre la domanda cresce. Le stime al 2030, secondo cui la quota europea della capacità globale dei data center potrebbe scendere al 10% dall’attuale 13%, sono un campanello d’allarme da non sottovalutare.
Il rischio degli eventi estremi
C’è poi un altro fattore che pesa sulla scelta dei siti. Dove si costruisce un data center incide non solo sull’accesso a energia e reti, ma anche sull’esposizione a eventi estremi, conflitti e opposizione delle comunità locali. Lo evidenzia una ricerca del gruppo assicurativo britannico Howden, ripresa da Nòva 24, secondo cui negli Stati Uniti circa il 32% della superficie dei data center si trova in aree colpite negli ultimi dieci anni da tornado o grandinate violente. Nel dettaglio, 155 località sono state interessate da fenomeni atmosferici intensi e 20 di queste rappresentano circa l’80% della superficie associata a tali eventi.
Cresce anche la vicinanza delle strutture alle zone di guerra. Nel 2025, rileva lo studio, la superficie dei data center situati entro 10-15 chilometri da aree di conflitto equivaleva a circa il 60% del totale accumulato nei cinque anni precedenti: un segnale di quanto la localizzazione pesi ormai sulla valutazione dei rischi geopolitici e sulla continuità operativa.
Aumentano, infine, i contenziosi legati all’impatto degli impianti sui territori. Secondo Howden, le cause legali e gli arbitrati sui data center sono passati da quattro nel 2021 a 14 nella sola prima metà del 2026. Le contestazioni riguardano soprattutto pianificazione urbanistica, ambiente e disagi per le comunità: la metà dei casi registrati nel primo semestre di quest’anno aveva per oggetto il rumore.
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